venerdì 3 luglio 2015

Ritorno all'isola

Note, appunti di un libro mio da leggere
Capodanno alle Ramblas

Ramblas affollate di balordi e turisti,che si accavallano l’uno addosso all’altro agitati e dissociati per le varie sostanze ingurgitate.
Mi scosto. Mi sposto sui margini. So che Matteo vorrebbe  seguirli, il senex puer ossessionato dalla giovinezza e dall’eccitazione che gli procurano i giovni.
La sua testa ingigita  è ancora più evidente sovrastante le altre teste , diversa dalla massa, con gli occhi un po’ vacuii e opachi insegue il suo mito  disperso nella sua vita sempre uguale.. anche nelle favole più banali eo in quelle ricalcate dagli show televisivi, si assiste a torie di anziani che
inseguono persone giovani. Sì, co la tua insofferenza peril fatto che io stia invecchiando, ma non so perché e come quel tuo sguardo fatuo sia entrato nella mia vita..
Matteo avanza strattonato dalla folla, nella marea umana sazia della festa di Capodanno.. E mi ricordo dell’sms che avevo letto proprio lo scorso  anno sul
display del tuo cellulare: di un c erto Porpetiello e dei nomignoli tipici della
chat,che  si rifacevano a giovani prede pronte a farsi cacciare , qualcosa come
cucciolo in cerca di padrone autoritario, o addominali tutti da toccare .
Mi sei talmente estraneo che non ricordo se è stato l’amore a farci trovare
accanto,seduti sullo stesso divano per qualche mese o la mia patetica solitudine
di un periodo spacevole. Credo di averti incontrato con Lucia, mentre andavi alò
cinema con lei e io stavo entrando nella sala con i miei bambini..
Poi Lucia mi disse—Gloria, io e Matteo non stiamo insieme, ma è un buon
accompagnatore.

Basta che lo chiami e viene subito a prendermi con la sua  Reault.Ma non mi
attira:è insicuro, timido, privo d’iniziativa.
-E allora perché lo cerchi? Se non ti piace puoi trovare qualcuno più
interessante!
-Ma è gentile, educato e poi…sai.. a volte  preferisco uscire con un uomo invece
che con le solite amiche…
_ no, io no. E’ sempre più piacevole chiacchierare con le amiche davanti a un
bel caffè o a una tazza di cioccolata…Che senso ha uscire con uno senza parlare
di qualcosa di interessante…!
_ Ma noi parliamo,sai, del suo lavoro, del mio, dei nostri gusti culinari.
-Eanche del tempo, aggiunsi sorridendo.
Poi me lo presentò, mi colpirono i suoi grigi occhi dolci, la sua gentilezza, la
sua buona educazione.

Solo ora so chi sei e cosa rappresento per te nella sera della tua vita.
A volte, tempo fa, nel vederti triste e rabbuiato, ma affettuoso, ti ho detto:
Non ti prepccupèare Matteo, prima o poi ti ridarò tutto l’affetto che ora mi
offri. Saprò farti felice, vedrai1
Ma non capivo bene se si trattasse di affetto, bisogno di qualcuno cui
appoggiarsi o di amore.

Io in realtà non sentivo niente per lui. Mi rallegrava vedergli portare sempre
qualche piccolo dono per i bambini che lo adoravano, dopo che il loro padre se
n’era andato via.
E poi non intuivo neanche perché desiderassi uscire sempre da solo la sera o
tornare tardi dal lavoro o, a volte, non tornare affatto. Mi stava bene così.
Avevo il mio tempo libero la sera, i miei libri, il cinema con le amiche, le
passeggiate coi compagni verso piazza Bellini.
“E’ come vivere con un amico, pensavo, che non dà fastidio, poco brillante e per
nulla loquace,che svolge una vita di cui non sai nulla, ma che ti è simpatico e
caro.
Poi cominciai a non capire perché avesse degli sbalzi d’umore:talvolta
s’infastidiva per un nonnulla, altre volte  mi accompagnava a Firenze a Perugia
per poi andarsene senza fare domande, sempre disponibile  e generoso. Ma non
potevo innamorarmi di una persona così instabile, a volte irritabile, altre
volte quasi dolce
Capivo che aveva bisogno di meperchè non avva un lavoro sicuro, gli piaceva la
sera essere accolto da una famiglia, e ,spesso, godere della libertà di
andarsene. In qualche modo gli davo un senso di appartenenza a  una casa, a dei
figli.
Un giorno mi confessò, tutt’a un tratto:
-Sai, se io sto qui,con te, è solo perché Roberta ha bisogno di me e è contenta
che io ci sia..!
_tu lo sai , matteo, roberta ha bisogno di una figura paternae in ogni uomo vede
il padre. Ha un terribile bisogno i affetto e di protezione….
Poi cominciai a oservare il suo comportamento con maggiore attenzione enotai
chee amava la giovinezza di alberta i suoi iccoli peroblemi. Vedevo che si
fotografavano, si riprendevano con la telecamera molto spesso.



FINE CAPODANNO RAMBLAS – IL SOGNO 2

Roberta ti ha registrato un video in cui appari chiaramente quale sei,
fanè,fatuo, anziano che crede di poter attirare  giovani che cercano dei
mentori, persone che cercano di riconoscere la propria identità..
-Sì Matteo, vedo che cerchi disperatamente degli sms sul cellulare. Non ti
preoccupare, è giusto che tu parli loro in modp che si accettino per la loro
diversità. Quello che non puoi o non vuoi fare è accettare la tua diversità. Non
riconosci di essere diverso, puoi solo apparire come un finto saggio, un po’
colto, con le tue contraddizioni politiche e individuali.
Di questo non puoi parlare con nessuno, altrimenti come faresti a prendere nella
rete qualche porpetiello o gamberetto?  <e’ quello che non hai accettato della
ciclicità del tempo,del tuo invecchiamento,che ti impedisce di sostenere una
famiglia, di portare a termine dei progetti individuali.
_Alla mia età posso solo portare a termine i progetti intrapresi. Non ho altro
da farez<
_Se continui così, non puoi accettare di morire e soffrire, devi sempre cercare
di piacere a qualcuno molto fragile, poco adulto. Solo questo, Matteo.
E,se vuoi questo, devi riconoscerlo, dichiararti, devi liberarti.
-E da che cosa? Io non ho rapporti sentimentali da anni.
_devi dirlo, Caro, per liberare a che me.
Ma tu sei libera di fare quello che desideri.
No Matteo devi lasciarmi sola , con mia figlia. Vorrei, se è possibile,
costruire qualcosa di valido per me e per lei.

Il sogno
Quella notte feci un sogno, dopo aver trascorso due notti insonni, o piuttosto
un incubo :mi vidi in un lettino d’ospedale senza seni, con delle fasce  che
coprivano le ferite.. E tutte le mie amiche giacevano accanto a me nelle stesse
condizioni.. Non solo ci avevano amputato  i punti più dolci e sensibili della
maternità e dell’amore, ma  medici e infermiere sostenevano di averlo fatto per
prevenzione.
__Ora è d’obbligo prevenire così certe patologie.-sentivo che qualcuno diceva…
_Ma non preoccupatevi, la terapia analitica vi restituirà l’autostima e vi
salverà dalla depressione.

E io pensai al mio Meshed lontano, all’incontro che avrei avuto con lui di lì a
un mese, alla menomazione, alla difficoltà di fare all’amore con lui, dopo che
mi avevano operato senza motivo.
QUALCUNO CI AVEVA PENSATO, AVEVA VOLUTO REPRIMERE LA NOSTRA ESUBERAnZA, LA
NOSTRA VITALITà,  FEMMINILITà, TRASFORMANDO IL NOSTRO CORPO IN UN TRONCO SENZA 
energia  e senza espansione corporea  e psichica.



MATTEO

Matteo
Ma del resto non avevo mai saputo nulla, dei suoi spostamenti, forse solo che
insegnava in un corso di formazionale e orientamento professionale. Ma non
conoscevo i suoi amici e colleghi, non ero informata delle sue trasferte.
-Mi sta bene così ,mio caro-gli ripetevo spesso. Così siamo entrambi liberi di
dedicarci a quello che ci piace veramente. Anche di frequentare persone con
gusti diversi.
Ora sì lo vedevo camminare lungo la Ramblas,un po’ flanè , come spinto da una
forza irresistibile, iseguire ragazzi e ragazze nella marea umana e incasinata e
cominciavo a rendermi conto di come fosse.. Aassolutamente inconsistente,che
cercava di assorbire un’immagine di giovinezza, anche falsata, alcolizzata, in
parte anche drogata.
Mi ritirai nella mia camera chiedendomi perché mai mi aveva nascosto tiutto, le
sue tendenze,, le sue paure, la sua angoscia di divenire vecchio. Perché mai una
parola, una confidenza amicale?
Gli avevo già questo di quei nomignoli da chat, inventati e Matteo mi aveva
risposto:
No credimi non hanno nessuna importanza per me, io non ho niente a che fare con
questa gente.!
-          Ma essere sinceri è importante soprattutto se si vuole restare amici
e convivere liberamente!
-          - Ma io li ho contattati solo per curiosità.
-          _Matteo ma la confidenza, la complicità tra amici è importante
-          Amici, quella parola sembrava astratta fuori luogo. Tu, Matteo non
sai niente di me,della mia giornata, e io non ho mai capito cosa fai nel
quotiaino, dove vai quando non torni a casa.

-          Essere amici significa condividere delle perplessità, dei conflitti,
avvertire delle gioie e dei dispiaceri insieme, darsi consigli, partecipare.
-          -E invece siamo due persone che non si scambiano angosce, incertezze.
Ed è meglio così, perché io tengo alla mia intimità e non intendo discuterne con
te.
-          -E  non senti il bisogno di parrlarmi dei tuoi gusti, dei tuoi
incontrio, delle tue preferenze?
-          _Ma no, preferisco parlare di me, dei miei problemi con uomini,
perché siamo simili.
-          <e poi non ho tendenze particolari. 
-          Lo sai che non ho mai giocato cin un fratello, quel fratello che è
morto appena nato.
-          Ma non c’entra Matteo, non è tuo fratello che cerchi, non sono
fratelli o simboli di frate,lquesti giovanotti che insegui.
-          E’ solo la verità che vorrei sentirti dire; è sempre più giusto più
chiaro e onesto dirsi la verità.
-          _No, io non ho più niente da diree, in verità, i tuoi rapporti
sentimentali non mi interessanol
-          Mi interessa solo Roberta, che mi vole bene, non mi chiede nulla, mi
tratta come un padre.
-          - e tutto il resto non conta
-          - Ma se hai bisogno, se vuoi che t’aiuti, sono a tua disposizione.
Questo posso fare per te.
-          Il gelo mi irrigidì le membra: in raltà non potevo fare a meno di
lui, perché Roberta ne avrebbe sofferto, e poi perché avevo bisogno si un aiuto
per risolvere certi problemi relativi al futuro di mia figlia.
-          In altre occasioni non avrei mai accettato un rapporto del genere,
una persona che a giorni ti offre disponibilità e amicizia e sostegno, ma non
avrebbe mai potuto dare sincerità, chiarezza, mai il calore dell’amicizia



Al Risveglio. Salomè e il suo sogno

Al  risveglio
Al risveglio trovai Matteo  tranquillo, ma con un lieve sorriso sadico . Mi
toccai il petto, ancora insonnolita, ma era tutto a posto. Era stato un
incubo,solo un incubo.
Ma mi balenò un’idea :” Se osi  reagire e criticare il comportamento di un uomo,
la punizione, la vendetta,lo stupro, la menomazione di te potrebbe essere
terribile, senza pietà.”
-Non sarà così-mi dissi-nessuno mi avrebbe ridotto così. Io e matteo ci saremmo
liberati l’uno dell’altro e della nostra strana convivenza.
Avevo associato sempre atteo a Oscar wild, per la sua inclinazione estetizzante,
per il suo  rincorrere la gioventù , come Nel Ritratto di Dorian Gray e in
Salomè.
Già Salomè,l’adolescente chr viene amputata della sua duplicità:il suo essere
luna e donna inquieta  nel suo corpo desiderante che si esprime nella danza
folle. La ragazza vuole amare e confondere  tutti i codici
comportamentali,diventando libera espressione nel suo cedere al corpo..
Danza, togliendo i veli, rischiando di perdere se stessa, mentre il suo sguardo
abbraccia l’inafferrabile ,l’immagine dell’amore. Ed è così che nella danza
ipnotica ,richiesta da Erode e dalla madre, le verrà tolto il suo vero sogno, la
molteplice ricchezza interiore e fisica di donna-adolescente.
Il vero mito della società patriarcale è far divenire la donna neutra, mentre
Salomè vorrebbe stravolgere lo statuto della realtà attraverso il sogno che
sogna se stesso, l’incanto onirico che apre al  sacrificio della passione, come
sostiene Braudillard.
E forse proprio questa energia liberatoria avrebbe voluto togliermi Matteo, o
anni prima mio padre.
Cioè eliminare dal mio corpo il naufragio nell’essere di Meshed, lo straripare
della mia vita  nell’universo,attraverso il vero modo di amare. E’
quell’accostarsi all’abisso,di cui parla Niezsche nella danza che libera le
pulsioni, è questo l’aspetto del femminile che va purificato e restituito
all’ordine economico e simbolico del sociale.
Ecco, ora ho capito, il mio corpo è inopportuno, il mio desiderio di fluire
nell’altro, è quello il viaggio verso l’incontro verso le possibili fusioni
restandoai margini della realtà.
Qualcosa un giorno fermerà questo nomadismo senza confini e che permette di
divenire NOI.

Ma non sarò io a farlo.
Né tu, Matteo, potrai impormi questo falso ordine che rifiuta il noi, inseguendo
un passato giovanile,là dove si resta sempre uguali a se stessi. Mettendo argini
alla propria esistenza.

Adesso capisco da dove viene il tuo rifiuto di me come donna che vuole
divenire,espandersi, che non ha paura di morire.
Tu hai mantenuto in te certe tendeze, certi gusti per rifiutare questa
sAlomè-donna. Io invece la lascerò vivere nelle infinite possibilità
dell’esistere, col suo corpo impuro di luna.



Al Risveglio. Salomè e il suo sogno

Al  risveglio
Al risveglio trovai Matteo  tranquillo, ma con un lieve sorriso sadico . Mi
toccai il petto, ancora insonnolita, ma era tutto a posto. Era stato un
incubo,solo un incubo.
Ma mi balenò un’idea :” Se osi  reagire e criticare il comportamento di un uomo,

la punizione, la vendetta,lo stupro, la menomazione di te potrebbe essere
terribile, senza pietà.”
-Non sarà così-mi dissi-nessuno mi avrebbe ridotto così. Io e matteo ci saremmo
liberati l’uno dell’altro e della nostra strana convivenza.
Avevo associato sempre atteo a Oscar wild, per la sua inclinazione estetizzante,

per il suo  rincorrere la gioventù , come Nel Ritratto di Dorian Gray e in
Salomè.
Già Salomè,l’adolescente chr viene amputata della sua duplicità:il suo essere
luna e donna inquieta  nel suo corpo desiderante che si esprime nella danza
folle. La ragazza vuole amare e confondere  tutti i codici
comportamentali,diventando libera espressione nel suo cedere al corpo..
Danza, togliendo i veli, rischiando di perdere se stessa, mentre il suo sguardo
abbraccia l’inafferrabile ,l’immagine dell’amore. Ed è così che nella danza
ipnotica ,richiesta da Erode e dalla madre, le verrà tolto il suo vero sogno, la

molteplice ricchezza interiore e fisica di donna-adolescente.
Il vero mito della società patriarcale è far divenire la donna neutra, mentre
Salomè vorrebbe stravolgere lo statuto della realtà attraverso il sogno che
sogna se stesso, l’incanto onirico che apre al  sacrificio della passione, come
sostiene Braudillard.
E forse proprio questa energia liberatoria avrebbe voluto togliermi Matteo, o
anni prima mio padre.
Cioè eliminare dal mio corpo il naufragio nell’essere di Meshed, lo straripare
della mia vita  nell’universo,attraverso il vero modo di amare. E’
quell’accostarsi all’abisso,di cui parla Niezsche nella danza che libera le
pulsioni, è questo l’aspetto del femminile che va purificato e restituito
all’ordine economico e simbolico del sociale.
Ecco, ora ho capito, il mio corpo è inopportuno, il mio desiderio di fluire
nell’altro, è quello il viaggio verso l’incontro verso le possibili fusioni
restandoai margini della realtà.
Qualcosa un giorno fermerà questo nomadismo senza confini e che permette di
divenire NOI.

Ma non sarò io a farlo.
Né tu, Matteo, potrai impormi questo falso ordine che rifiuta il noi, inseguendo

un passato giovanile,là dove si resta sempre uguali a se stessi. Mettendo argini

alla propria esistenza.

Adesso capisco da dove viene il tuo rifiuto di me come donna che vuole
divenire,espandersi, che non ha paura di morire.
Tu hai mantenuto in te certe tendeze, certi gusti per rifiutare questa
sAlomè-donna. Io invece la lascerò vivere nelle infinite possibilità
dell’esistere, col suo corpo impuro di luna.



DA INSERIRE

La volta che ti persi, Meshed
pubblicata da Gloria Paretti il giorno lunedì 6 dicembre 2010 alle ore 15.46
Tu che forse sei già giunto all'imbarco.
mentre io, immersa nella folla,
vedo adesso spuntare qualche ricciolo ,
poi qualcuno mi oltrepassa
e ti perdo di nuovo.

Tu che forse sei già salito,
temo ora la chiusura del cancello.
Ho percepito i tuo capelli sparire,
io,trattenuta a l di qua
da un tavolo di carte e foto.
Stai pensando che non verrò,
ma vedrai come sarà facile raggiungerti,
se non altro per dirti le costellazioni
nascoste del mio amore,
per trasmetterti una fugace idea consolante,
tra i vapori e le luci del nuovo giorno.
mentre l'onda del tempo m'innalza
e mi abbandona.
Sai il tempo dell'amore non ascolta
nè desideri, nè voglie o attese.
Farò in tempo a dirti quelle parole
che sono rimaste a terra al cafè de Flore

...Ultimo volo per Parigi-grida l'altoparlante.
Le troverai in terra nella terrace,
con la mia penna caduta,
e ora già come sabbia voleranno
nel turbinio meccanico dell'elica,
solo questo posso dirti ora:
che la voglia di parlare brucia
nella luce di quest'ultimo sole .


UN’ALTRA POESIA

lasciami tempo Meshed
pubblicata da Gloria Paretti il giorno lunedì 27 dicembre 2010 alle ore 17.36
Lasciami tempo Meshed,
farò il tuo bene
se ottobre mi aiuta.

Stamane la tua voce al cellulare
(mi confondo e forse m’imbrarazzo
Tra i tuoi respiri..i silenzi…)
Che sei l’, sul ponte.

No, non sono venuta,
Di colpo le cose sembravano svanite!

Non è possibile più
Per noi parlare se non  al telefono
Con voci frante, acute, sorde,
se non aspettiamo l’ultimo viaggio che chiedi
quel viaggio che forse oggi è finito,
mentre tu aspetti nel de hors di Galata
(ma è ancora nostro?)

Eppure persiste in  noi
Presentimento d’infinita grazia
(o è solo memoria di noi?)

Ti scriverò..
Io stessa non so quello che vado scrivendo
Senza un sogno, un’immagine,,una promessa
Che non devo fare..

Quanto abbiamo parlato,
cercan do frasi semplici, dell’oggi,
ma siamo tornati sempre all’ ‘essere-nonesserep’.
Io sono diventata adulta
E non posso aspettare.
Il mio No, i miei libri
Le lettere la chitarra e il tuo cassettino
Nell’angolo di una vita.

Ma non riesco a dirtelo,
Non aspettarmi più,
non seguire, non guardarmi,
e noi scompariamo..

Scrivo per te nelle pagine della passione
Ti seguo
Perché tu  fabbrichi sogni,
ti ritraggo con tinte improbabili
per poi cancellarti con una risata che turba
le lacrime.
Tu vivi dentro di me,
avvolgimi nelle tue braccia di luna,
il mare non mi incanta più,

la voglia della tua musica consegue il pensiero,
le mie sere di silenzio
Resto da sola a scrivere.

Tu sei libero,
sei il ribelle del deserto,
il mago della mia cella.
Il suono dei miei momenti  più veri.

Verrà il sole per te,
non ricorderò l’amarezza dell’addio,
Tutto è divenuto preistoria.

Non rinnegare quell’aria
Creata da te che solo tu emani.

Fui la volpe selvatica muschiata
Nelle felci azzurre.


l cellulare A M.
pubblicata da Gloria Paretti il giorno sabato 9 ottobre 2010 alle ore 12.43
Il cellulare ha suonato alle 4,una voce che non mi aspettavo più
E dovevo sapere  che era a Galata,
La tua voce non mi chiede niente
Sa che non c’era altro da fare
Che impiegare  quel che resta del mio giorno
Per impegnare tutte le mie forze
E mi dà gioia sapere che tu hai delle speranze
E tutto si risolverà per te.
Mentre parli misuro la stanza camminando,non molti metri,
vedo la lettera iniziata sul tavolo
Fuori gli alberi di querce tutt’intorno:
Ma io non vedo che il nostro dehors di galata,
la stanza che m iaspetta.

Stavolta  non ci sono,
ferma la mia carne al palo della mia promessa
o solo del mio destino.

Ti dico che ti scriverò, la tua voce lievemente diversa.
Ma ti guariranno, sì , sarai di nuovo
L’amore di Sidi bu said e di tanti luoghi del mondo
L’amore della mia vita,
e stavolta non sento il pianto di nessuno
ascolto solo la tua voce mutata
e il pianto dellla mia gola
ferita,
Ci scriveremo, sì hai avuto il libro,
Hai letto di te.
Ancora tante cose da scriverci da inviarci
Ma il mio posto a Galata ruimane vuoto;

E nella tarda sera , ho sentito le tue lacrime
Il  caffettano  dorato con pietre dure,
la scatola di scacchi comprata alla Mdina
il mio kebab di Alessandro sul tuo tavolo,
E la certezza che oggi non sarebbe più bastata
Una lettera un libro,
Che non averemmo nuotato più nel mare greco
E che tu avevi la speranza di guarire stavolta
.
In fondo non c’era più niente cui pensare,
restava solo la sera tarda e il mio pianto lento
Che cercava ancora te,  estremo eco del mio mare



Dalla finestra sul Bosforo
Una mattina
ti regalai
un’onda.                                                                                                               

In tutto il mondo non c’è che quest’onda
Consacrata a te

Di tutto ciò di bello
Che è sulla terra
Preziosi.
Alberi,
pane
uccelli
e la bella famiglia
d’animali

Di tutto quel che è in cielo
Astri
Uccelli nubi
Lampi azzurri

E sotto la terra
Minerali
Radici
Semi
Nulla è più leggero
E fuggente
Di  un’ona
Che muore sopra il tuo sonno
E trascina conchiglie
A riva,frutti di mare

Ogni dono è tuo
Amore
Parole
Colori
Sogni

Ma di tutti i doni
La cosa più preziosa che ti offro
È questa voce segreta
D’acqua

E’ quella che sola dirà di noi

E ripeterà
nelle infinite stagioni del mondo
questa notte
sogni
sponde
incontri
canto
abbandoni
storia
incanto
L’ISOLA

Sull’isola c’è una strada costiera,che la gira tutta,stretta, spessa a picco sul
mare,altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette
di ghiaia, orlate di tamerici bruciate dal salino.

Da una di queste ti scrivo, col foglio appoggiato sulla borsa,perché il meriggio
e questa luce bianca mi invogliano a  farlo..

Mi  è venuto persino da pensare che questo luogo non esista,che sia la mia
memoria a raccogliere le immagini di Santorini, Sidi-bu Said,certi scorci della
cpsta asiatica di Istanbul, o di Creta.
Non è un luogo, è un buco nella rete,nella  rete a strascico,nella quale insisto
a cercare buchi.  Chenon ci sono.
Entro in mare pian piano con sensazione  panica e,  i sensi già disposti  a ciò
che il sole meridiano e l’azzurro e il sale marino e la solitudine richiedono, e
ti vedo lontano disteso,pronto a darmi quel senso di sicurezza che sempre mi
offri.
Nuoto al largo ,sapendo che non ci sei.
A l ritorno salgo verso una casa dalle persiane azzurre,tutta bianca nel
luccichio dei raggi.
Una donna mi fa entrare e lì sul terrazzo il mio tavolo azzurro,la sedia di
metallo e le arance.. Il mio tavolo, su cui appoggio le carte,  mi seggo e fumo
davanti al mare  ascoltando le voci che le onde portano.
E  c’è un  momento indistinto,che alcuni chiamano anastòle,col quale tutto
ricomincia perché il cerchio si chiude e si riapre,è quel momento quando non sai
esattamente chi sei , dove sei,perché ci sei.

Come quando si ferma un concerto di Mozart e  tu rimani lì in sospensione.
Può essere qualsiasi giorno della tua vita.
E il mio è lì su quella terrazza,dove rivedo il tuo viso mentre mi vieni
incontro.
Invece sei altrove e il tempo scorre per te come deve scorrere,nella casa
giusta,perché questo è il metro giusto del tempo ,della vita e del la parola.
Io al contrario ti scrivo da un tempo rotto frammentato. Mi è impossibile
raccogliere i pezzi in questo circolo in cui continuo a girare: le dimensioni si
sono invertite, ciò che era solo ricordo è diventato  presente e ciò che davvero
dovrei essere lo scorgo di lontano, aspettando di rientrarvi.
Perciò  ti mando un cenno impossibile da questa casa,da questa riva. E vorrei
dirti che le rive non esistono, ma solo il mare , la navigazione,e il  nuoto. La
mia riva sei tu.  Ma a che serve dirtelo?

Il mio viaggio si è fatto allegro vivace,da quando ieri sera,prima di
addormentarmi,ho trovato quel libro  nel mio comodino,in quell’albergo vicino
Cartagine, dove c’era un grande terrazzo  di copertura con tavolini bianchi .

Trovare un libro in un posto sconosciuto,che parla della tua vita,o sembra
parlarne,mi ha fatto capire che stavo percorrendo la strada in senso inverso,un
viaggio di ritorno. Mare azzurro, mare piccolino, cantava la donna nei quartieri
di Napoli,mentre nel  mio cellulare  trovavo una serie di sms  tra i quali uno
sembrava tuo. E sono sceso per strada, dove ero già stato ascoltando una canzone
già sentita( che ora è?)  ‘voc’e notte’.
Mare grande, mare azzurro, è davvero immenso amore,ma la luna non c’era
ancora,c’era una striscia violetta sull’orizzontee che cangiava sull’orizzonte,
mentre una luce ambrata illuminava le rovine d’oro di Cartagine.
E sono tornato indietro, verso la ia casa, dove forse ci sarai ancora tu,che
avrai fatto ,come me,
il tuo viaggio di ritorno.

Vorrei proprio scriverti una lettera un girono, una lettera totale, e penso a
come sarebbe se te la scrivessi.
E attraversandogli oscuri  strati di lava e di argilla che la vita ha
sedimentato su tutto,essa ti direbbe che  sono ancora io e che mantengo i
sogni,    e poi ti direi di certe notti in cui parlavamo a l cafè  de Flores
,intorno, nella calma meridiana, che il palmeto è cresciuto,che è bello
stendersi sulla sdraio candida,mentre leggo dolce e chiara è la notte e senza
vento, e il mio cuore reagisce come una volta ai suoni e ai colori, che
riattizzo la brace del camino come sempre.
E ti direi di certe notti trascorse a parlare al l’Hotel luna di Amalfi, o sulla
terrazza col tavolo blu si Santorini, o in quel caffè di Arles,che sembra
descritto da Van gogh. ,oppure del locale a palafitte sul lago d’Averno, il mio
lago color d’indaco, dove il tempo sembra essersi fermato.
E ti direi guarda che tutto il tempo che è trascorso, che sembra aver formato
uno strato di granito impenetrabile, non esisterà più, non sarà un ostacolo,
quando tu leggerai la lettera che ti devo e che ti scriverò, puoi starne
certo,te lo prometto.
Ed è una lettera che tutti dovrebbero scrivere alle persone care amate perdute,
e che se anche scriviamo sempre storie, diari, appunti, non abbiamo anccora
scritto.
Una lettera che farebbe tornare da noi le voci disperse nel vento.


 

quel giorno che non andai a Istanbul

Comincia a maggio la storia che parla di te. Ho provato a farla cominciare in
tanti modi, con il caldo, la luce,in un altro paese, in una altra casa.
Ma ogni volta rivado a quella casa dove sono iniziate le  carezze. E ti
chiederò  perché è andata così,perché voglio vedere che cosa mi risponderai
ora,dopo questo  tempo
Tu mi guarderai  incerto,ma non dirai nulla, e io penserò che sei identico a
quella foto,che ho ancora da qualche parte in un cassetta in una scatola,non so
dove. Tu lo stesso,nitido e preciso come il mio antico amore. Che non mi ha mai
detto niente, ma si è sempre comportato come se avesse le risposte, come se
avesse sempre saputo e adesso sapesse tutto il non detto della nostra storia.
Non so sei sveglio. Mi guardi un istante, ma poi li richiudi. Per il momento va
bene così. So che provi quello che sento io. Il mio futuro e il tuo sono là
fuori, oltre il letto, il portacenere, ma a noi non importa, noi sorridiamo.
Proviamo le stesse cose e questo basta
Comincia così la mia storia di te


Costeggiamo il Ponte, di  fronte  Notre Dame e lì ci fermiamo,poggiando le
braccia sul parapetto. Tu racconti,non so perché dica a me certi tuoi ricordi,ma
le parole continuano a fluire. Sono abbacinata,afflitta allegra. Per qualche
motivo so che non  l’hai mai raccontato a nessuno.
E, se non sbaglio, è allora che ti racconto del momento in cui ho conosciuto
l’abisso, perché mi guardi con sorpresa e complicità- e dici-incredibile- che
l’hai conosciuto anche tu. Sai quel senso di disperazione,quando il modo diventa
buio e si inclina. Ti credo senza esitazioni,credo tu sappia come ci si sente
quando il mondo sterza bruscamente e si inclina quel tanto da catapultarti
fuori. E, anche se non dici niente, mi sento rassicurata. Lo conosci anche tu.
Restiamo un altro paio di secondi in silenzio,poi mi sorridi ,ci giriamo e
rifacciamo tutto il tragitto per tornare in albergo.
Nella prima pasticceria che incontro in rue Vieille du Temple la coda  è così
lunga che arriva in strada e fa troppo freddo per restare impalati ad aspettare.
Cerco un altro negozio, ma erano d’antiquariato, o borse e un altro esponeva
tutti i tè possibili e immaginabili.
Decisi che mi sarei rassegnata a comprare una scatola di cioccolatini alla Gare
du Nord. Avanzo con cautela lungo il marciapiede dove la neve del mattino si è
indurita e sto molto attenta a non scivolare. Mi domando perché il cuore mi
batta così forte, e finalmente capusco.
Giro in rue de la Perle ed eccoti lì. Proprio tu, proprio lì: guardi diritto
davanti a te,come se mi aspettassi…ma come facevi a sapere che avrei svoltato
l’angolo?
Niente al mondo avrebbe potuto prepararmi a questo, a due incontri imprevisti in
un solo giorno. Tu. Mi sfugge una specie di  lieve grido di sorpresa.  Vieni- mi
dici- entriamo qui al caldo.

Entriamo in un bar , un piccolo bar marrone pieno esclusivamente di uomini, con
la musica e tre o quattro baffoni dietro il banco.
Perché sono qui?
Sono io a dirlo, ma potrebbe essere uno dei due. Potresti essere tu.  Perché
che ci facciamo qui dopo più di dieci anni?  Tu non dici niente e bevi un lungo
sorso dal tuo bicchiere.

Mi hai seguito,ti chiedo? Tu mi guardi e scuoti la testa. Dovevo vederti,tutto
qui.
Ma …stamattina?  Ti sei dileguato!
E va bene ,scusa, ma ero così fuori di testa, non sapevo cosa fare…
E allora, come mi hai trovato? Non venirmi a dire che dipende da me,perché non è
affatto vero,non sono io che l’ho fatto succedere.
Ma tu non rispondi alle mie domande. Non è così semplice, rispondi. Allora, gli
chiedo, vivi qui?
Non sei per nulla cambiata, e ridi.  Allora?
Te l’ho detto. Sono venuto per te. Mi appoggio forte al bancone, poso il
bicchiere. Ho i tuoi occhi addosso. I tuoi occhi azzurri.
Sei venuto…per me?


E’ bello sentire un po’ di frddo e stare per strada da sola,fuori dall’hotel in
quella luce, non ancora luce, ma pur sempre l’inizio di un giorno diverso
So che mi guardi entrare nel bar,però ricorda che hai un vantaggio.sei già lì e
sei seduto e per te è facile, devi solo aspettare e guardare. Io invece devo
cercare trovarti e chiedermi se sei simile alla mi foto di te.
Sono passati 10 anni, è sconvolgente.
Ma proprio quando comincio a temere che tu non ci sia,eccotilì,nell’angolo
lontano Non ti muovi, non ce n’è bisogno, ma sollevi una mano. L’impressione, la
certezza è che aspetti me.
Sono davanti a te e non conosco i possibili sviluppi. Hai un cappotto marrone di
buona fattura.<sembri uno che sa qual è il suo posto nel mondo ed è sicuro di
sé.
Non so nemmeno perché sia venuta. Sono andata all’albergo che mi avevi detto con
un biglietto che non mi spiegava cosa dovessi fare, ma sono venuta la bar dietro
l’angolo e ti ho trovato Sono venuta verso di te senza sapere , però, cosa
facevo e perché lo facevo. Restavamo lì a guardarci a chiacchierare senza mai
dire di quello che  era successo nella nostra vita.Passeggiamo a lungo, non ci
diciamo molto in quella serata calda e  ansoiosa. Per te.a me non importa. Sono
capace di stare ad aspettare che parli.sarà che all’epoca per me la vita è
ancora un mistero, sarà che siamo dissimili dalle persone che eravamo, ma trovo
straordinario che tu sia qui.
Rientriamo in albergo. Qualunque cosa succeda , il motivo che mi induce a
restare è sapere che presto mi lascerai  So che qualunque cosa faccia o dica
,presto sarai sparito
<continua così la mia storia di te
E ALORA DICO. DAVVERO DA ALLORA hai sempre pensato a me?
Sempre ho pensato a te, in ogni istante
Il cuore batteva all’impazzata.
Forse lasciamo tutti la nostra impronta sugli altri, strisce  indelebili
arabeschi di desiderio che aspettano a un soffio dalla superficie, sempre pronti
a riaccendersi. Due persone cominciano a cercarsi per un solo istante ed ecco
che succede. Non lo so nemmeno e non m’imposrta. So solo che ripiombi nella mia
vita e ogni mia certezza criolla.
Dura poco ancora questo mio giorno di storia con te.

E poi, a casa , piango per la mia bambina , ora sembra che stia meglio, ora
ricado. Non te ne andare figlia mia, resta.. getterei la mia vita alle ortiche
per starti  ancora accanto, per  dieci minuti o dieci secondi
Non ci sarebbe prezzo troppo alto se fosse davvero lei e sembrasse davvero come
prima.
Lei era lì a pochi passi da me, nella mia casa. Era un momento luminoso cedevole
Ogni particolare era perfetto. Era certo, era di nuovo da me.

Stamane ho spolverato in computer e l’ho acceso. C’erano un paio di versioni
stampate delle mie poesie e del romanzo, aprii la posta elettroni ca    Di
solito leggo frettolosamente e smaltisco immdediatamente. Stavolta no, mi fermo
prima di cominciare. C’è il tuo nome . la terza email dal basso,
Amore sarò tra due mesi a Parigi,, mi chiedevo se ti andrebbe di vederci. Per
prendere un caffè o una vodka. O a cena. .
Per un attimo mi crolla il mondo intorno
Scrivo :sei tu?
E’ vero che ti piace Il vino bianco gelato e i frutti di mare?
Invio senza fermarmi a pensare.

La sua risposta arriva subito ‘.Dovevo dirti una cosa,ho scperto di amarti. Mi è
successa una cosa bellissima e non  so che fare, non lo so proprio’
Ora smetto di pensare, la vita ci ha preservato questa storia per più di dieci
anni e tu prepara la valigia,ecco.
A qualunque ora ti aspetto,, e chiude.
Sono venuta di nuovo.
Continua la mia storia di te.

Mi piace immaginare che un giorno avrò occasione di rivederti, che ti chiederò 
perché mi hai scovato, mi hai fatto innamorare di te e poi perché te ne sei
andato

Mi piace immaginare che mi darai quella carezza che non mi hai dato,là sulla
guancia bagnata di lacrime roventi e che mi dirai:amore lo sai che il cuore è
l’ultimo frammento selvaggio che ci rimanga.?
E  mi pace pensare che annuirò come se capissi tutto e di darti l’impressione
che tutto vada bene,che niente è andato sprecato,anche se dentro mi sciolgo
,divento acqua.
Perché non è tanto la storia ma il mio modo di raccontarla. Anche se non ci sei,
tu conosci la forma della storia
E’ la storia di te che si  protende in tutte le direzioni, nel passato e nel
futuro, e comincia qui proprio ora , con il primo tepore d’aprile.

Perché la carezza che non mi hai dato brucia nella malinconia degli occhi
cambiati, nello sguardo inquieto,sotto la cupola liberty dell’Hotel Lutétia, in
quel cenno abbozzato della mano all’ereoporto, dove gli sguardi s’incontrano, ma
non vedono la mia lacrima solida sulla mano, mentre tu parlavi in un vocio di
folla
Quella carezza che non mi hai dato, la lacrima che non hai raccolto, è pietra
dentro di me.

Non era la passione che volevo, la foga del tuo amore, ma quella mancata carezza
che brucia ancora sul mio volto.

  Non  finisce qui la mia storia di te.


questa è la mia vita, chiara

Caro Memet,
non so perché stia scrivendo proprio a te, ma forse per che sei l’unica persona
con cui ho parlato veramente  in quest’ultima settimana, anche se solo da
lontano.
Ti ho detto molte cose  sul perché non sarei venuta a Istanbul . Ho cercato di
raccontarti, di spiegare.
Ma temevo ci dire paole sbagliate e che se fossi venuta a a Galata, avrei 
rovinato con le mie parole  anche  un grande momento della nostra storia.

Ho cercati di dirti il meno possibile, dovevi tornare nella tua terra, nessun
sapore amaro doveva rovinare le tue lotte i tuoi progetti, le tue amicizie
fraterne che mi sono tanto care.
Io so che cela farai, anche se ora sembra impossibile:ricordo, come a Sidi bu
Said mi raccontavi del tuo progetto di sistema scolastico nello stato che
sarebbe sorto-ne eci certo- dove si sarebbe formata la classe dirigente sorta
dal tuo popolo.
Sei l’amore della mia vita.
Ma,vedi, io sono nata male…Lo dico perché l’ho intuito adesso, anche se questo
strano peccato originale l’ho sentito per tutta la mia esistenza.
Gli strilli di mio padre, gli schiaffi arrivavano sino al cielo:avevo 4 anni.
_Sei ritardata, lo vedi cosa dici? Tutte sciocchezze, cose sbagliate.
Non capivo cosa avessi detto di tanto grave.
Mia madre cercava di difendermi, ma la sua voce si sentiva a stento. Poi nacque
mia sorella, e lui fu dolcissimo con lei.
Credo che mia madre mi volesse  bene, ma sentiva che ero un elemento di disturbo
per la sua vita e per tutta la famiglia.
E allora mi diceva di andare a leggere nella mia stanza. Ma io sapevo,speravo
che sarebbe venuta la nonna e ni avrebbe portato i giornalini e forse mi avrebbe
condotto a giocare coi miei cugini. La nonna mi avrebbe portato via.
Lo speravo. La Nonna diceva a mio padre:Ma questa bambina la tieni sempre in
braccio, la porti a letto, la rimproveri  ogni momento, non è mai tranquilla.
Poi sene andava adirata e non mi conduceva con lei… ,mentre io mi rifugiavo in
camera o dietro la poltrona.
E’ continuata così per anni, mentre, adolescente, andavo alle feste quando lui
nonc’era, incontravo ragazzi che mi paicevano, mi sembrava anche di innamorarmi,
ma al ritorno a casa, quando lui c’era, dimenticavo il viso del  ragazzi e delle
amiche.  Cenavo e andavo subito a dormire. Ciò  che più detestavo al mondo  era
la sua voce.
All’Università  Battaglia , il mio affascinante e grande mentore, lodava tutti i
mei lavori, leggeva i miei scritti. Improvvisamente sentii di essere in un mondo
diverso. Prendevo  gli appunti delle sue lezioni, e lui  me li faceva stampare e
poi distribuire ai colleghi di corso..Poi cominciò a farmi tenere delle lezioni
brevissime, una specie di introduzione alle sue.

Tornavo a casa e la mia gioia spariva. Mi rinchiudevo sbito nella mia camera e
riprendevo a studiare..
La corolla della mia vita sbocciava da tutti i lati.
Molti amici delle altre facoltà mi facevano ritratti schizzi, altri mi
riempivano di foto bellissime in bianco e nero.  Uno di questi grandi fotografi,
oggi famoso, mi piaceva molto, sai somigliava a Gassmann, ma non

Ebbi modo di accettare di uscire con lui.
Dovevo tornare subito a casa.
Era dolce gentile, limpido.  Sì, mi piaceva molto.
Poi ho incontrato Federico ad una festa, mi ha fatto molti complimenti, mi ha
invitato a un  cinema d’essai e non credeva che non mi lasciassero uscire il
pomeriggio.

La prima volta che ci sono andata, ho risposto con rabbia a mio padre, ho avuto
due manrovesci ma sono uscita lo stesso. E così altre volte.
Ma perché ti scrivo questo? Sono vicende che si raccontano a uno psicoterapeuta,
eppure vorrei che tu sapessi molto di più di me. Perché il mio amore per te
sembrava aver plasmato il mio destino,e,attraverso i sensi, mi ha preso la
mente  e mi ha dato la pace.
Per molto tempo ho visto dalla mia finestra ragazzi e ragazze che uscivano
ridenti, passeggiavano, organizzavano gite. Io no. Io non potevo andare. Forse
ero idiota, forse avevo in me qualcosa di sbagliato, di segnato che mi avrebbe
portato alla rovina e avrebbe portato la mia famiglio in un buco nero.
Di fatto c’era un muro intorno a me che non mi dava la libertà di uscire. Papà
non voleva.. Forse aveva intenzione  di  difendermi dal male a venire, almeno
così diceva.
A te vorrei dire tutto, ma non so se sarà possibile; voglio mettere ordine nella
mia vita e capire perché non ho scelto delle persone che mi piacevano  tanto da
sentirle nella mente e nel corpo e invece ne ho scelto altre.
Dovrei riuscire a perdonarmi.  A perdonare tutti, compreso il mio papà.
Ho vissuto, sposato Federico, ho partorito il mio bambino del sogno, il bimbo
bellissimo che avevo tanto desiderato.
Continuavo a studiare, ad andare all’università, ebbi la borsa di studio,
pubblicai tanti libri  insieme a Lucia, ma mia amica di sempre. Il mio editore,
bello e competente, chiedeva continuamente di incontrarci fuori, ma io avevo
Federico e il mio bimbo di sogno, che spesso lasciavo a mia madre da tenere
nelle ore di impegno  duro, coinvolgente, ma che era sempre con me, mentre
studiavo, mentre cucinavo, e, a volte sulla mia bella terrazza di Posillipo lo
mettevo  sul  sediolino accanto a me.
Fedrerico  era  a casa  solo la sera tardi. Sembrava tutto tranquillo sereno;
scivolava  la mia vita nel vento e nella luce.
Poi tornai con la mia figlietta dalla clinica. La seconda. Posai il porte-enfant
per terra e guardai Federico,che mi stava aspettando.
Sorrisi felice,come a porgergli un dono, ma le sue parole terribili mi
squarciarono il petto.
-Io non volevo formare una famiglia, volevo  che fossimo  una coppia, un noi. E
tu mi porti un altro figlio!
Pensi proprio che la mia vita possa continuare occupandomi di bambini biberon e
figli da crescere?-
E cominciò a rimproverarmi per la sua vita rovinata, per il mio egoismo.Mi disse
anche che ero una megalomane,  che avrei voluto tutto dalla vita: famiglia,
figli, università, libri, e che non  ce l’avrei fatta, perché ero una stupida
ambiziosa.
Credo di aver risposto con rabbia, con odio, che i figli non eran venuti da
soli, che avevamo fatto tutto in due, che il suo lavoro alla Rai era ambizioso
quanto il mio. Che io  desideravo lavorare all’università, scrivere libri, che
era la mia vita.
E che oggi si era arricchita da una figlia bellissima, dolce, quella  fanciulla
che mi mancava.
Il giorno dopo, nell’ora in cui si recava al lavoro, mi disse:-
Io me ne vado, non torno più, Laura, ho deciso.
Mi chiami solo se hai bisogno di aiuto.
In quel momento sentii una musica Incantata, stupenda,tutta di fiati, ma con una
nota in meno. , A un certo punto si strozzava, stonava, e  sentii venir meno le
forze ,tutto scompariva divorato da frane, scosse, macchie,suoni discordanti,
parole  senza senso, sillabe che volavano, , visi conosciuti ,ora deformati,
scomposti.  Cado sul tappeto così allegro, mi ci perdo, mi ci stendo, rotolo su
questo campo verde tanto asciutto.  Ma penso, forse è tutto un incubo:il
tappeto è qui, bello e vivido come sempre, la bimba è accanto a me.    Lui è
uscito per il lavoro.  Stasera tutto sarà tranquillo, solido, parleremo come
sempre.
Sono passati parecchi anni da allora, Federico non è più tornato, io ho
incontrato te a Sidi bu said.
Siamo stati ore e ore a parlare di me,di te,  su quella terrazza e poi tanta
tante volte ci siamo incontrati negli aereoporti, felici di ritrovarci.
Poi per un anno e più non ho saputo più niente di te. Tu, nella tua terra
martoriata, tu,linfa della mia vita, nome adorato, forse,( mi scrivevano alcuni
amici, tua sorella tuo padre,) disperso, morto.

No, non ho voluto sposarti, non ho voluto più sposare nessuno, dopo quella
mattina in cui ero caduta sul tappeto.

Avevo i miei figli, la mia vita, i libri, ma la carriera universitaria si era
interrotta per la morte di mio grande maestro e mentore, la persona più gentile
e solida che abbia incontrato. Con lui avevo sostituito la figura paterna.  E
mi dava tanti consigli.
La mia amica Cristina un giorno portò con sé nella mia casa di Posillipo un uomo
gentile,dagli occhi dolcissimi. La mia bambina bellisima intelligente, allegra
si era sentita male. Deliri, incubi, parolacce irripetibili.
Io avevo chiesto ad un mio amico psicoterapeuta un aiuto. Venne, le parlò, le
fece un’iniezione. Poi mi disse di condurla da lui per una psicoterapia. Sin dal
primo giorno ritornò tranquilla,stabilizzata, ma non era più allegra brillante
socievole.  Non aveva più disideri, autonomia, volontà. Si occupava della sua
sgtanza, , appendeva quadri, foto,la teneva in ordine e pulita.
Guelfo, la persona amica di Cristina, si prese per un po’ cura di noi. Mi
condusse a parlare con un noto psichiatra basagliano, mi postò fuori, a Terni.
Là seppi di nuovi progetti, di tante possibilità di vita e di cura. Decidemmo di
fare un convegno .
Guelfo restò con noi per un anno, così dolce, caro, mi sembrava una persona 
straordinaria. Sapeva parlare a mia figlia, l’accompagnava dovunque. Ero serena.

Poi cominciò a dirmi che ero io ad aver provocato la crisi di Alberta, che ero
indisponente ribelle, ipercritica, permalosa,opprimente.
Quelle parole dure che tu non mi hai mai detto.
Poi una volta, sul display del suo cellulare che io ,per uno strano caso del
destino, avevo sul tavolo, comparvero stani sms, con nomi  inventati, tipici di
chi usa le chat. Chiamami, ti aspetto, ti ho cercato ieri. Ci vediamo?
A volte usavo il so pc, e dalla chat nomi improbabili lo invitavano a  entrare
in msn.
Ho capito cercava altro, che non mi aveva mai amato e che se ne sarebbe andato.
Ma  sapevo anche che non avrebbe mai lasciato Roberta, che l’avrebbe seguita,
amata coccolata come un padre.
Ecco cos’è successo, Memet, io sono ora in un monolocale nella città in cui mia
figlia ha iniziato un bel progetto ed è bene avviata. Sono sola.

Lei  si trova in una nuova casa. Tutto sembra essere tornato a posto, ma non è
così.
Non sono venuta a Isanbul; sì, ho sentito il dolore nella tua voce, ma non so se
tu hai sentito il mio.
Sogno la tua schiena ambrata, i tuoi occhi brillano nel buio di questa orribile
stanza. Compare il tuo nome sul display. Non rispondo. Si dissolve.
E poi una scritta ‘Non avrai futuro’.
Sei tu che mi hai mandato questo messaggio o altri?
Non sono riuscita a perdonare mio padre né me stessa.
Non mi sono fatta sconti.
Noi due, Memet, siamo meduse, chiuse in un velo. La mia Core troverà una specie
di primavera.
Ma la cosa importante per avere un futuro,io non sono riucita a
farla:Perdonarmi.
Mi rimane questa spina che non se n’è mai andata dal cuore. Che sento forte
quando mi rimproverano, certi uomini. Quando sono sola. E’ una spina da
staccare.
La porta è chiusa, gli occhi al buio lacrimano. Per due giorni non verrà
nessuno.
Mi assicuro che la chiave abbia chiuso bene questa stanza. La spina va staccata.
Troppo dolore.
Io non mi sono perdonata.

.
.
In queste ore ho scritto questa poesia:

Non cercare là.
Ciò che è, sei tu.
Sta in te.
In tutto.
La goccia è stata nella nuvola.
Nella linfa.
Nel sangue.
Nella terra.
E nel fiume che si è aperto nel mare.
E nel mare che si è coagulato in mondo.
Tu hai avuto un destino così.
Fatti a immagine del mare.
Datti alla sete delle spiagge.
Datti alla bocca azzurra del cielo.
Ma fuggi di nuovo a terra.
Ma non toccare le stelle.
Torna di nuovo a te.
Riprenditi.

Non mi ha salvato.
Spero che voi riuciate a perdonarmi
Non avevo scellta: sono nata male.
Se non è successo ancora., succederà a breve. Non ho scelta.  Non ho scelto le
persone giuste, le prime mi sono state date dal fato, le altre forse le ho
scelte. 



CARTAGINE

"La luce di Cartagine-Didone
Non rimangono che poche rovine di quella che fu uno dei fari della civiltà
mediterranea, Cartagine, che ,fondata da coloni Fenici, già nel IV secolo d.c.
era divenuta una delle più importanti potenze del Mediterraneol.
Salendo per la collina di Byrssa si dede tutta la vista incantevole delle rovine
,che sotto il sole che tramonta sono di un giallo –ocra, una visione
inenarrabile d’incanto d’illimitata luce che stordisce e  fa socchiudere gli
occhi. E allora puoi vedere sulle scale dell’anfiteatro d’oro camminare la
grande regina., quella Didone,che i Romani  ci hanno narrato come donna
fragile,folle d’amore per Enea e suicida.........continua............"


NON TI SCRIVERO’

Questa volta non ti scriverò una lettera, perché da vari mesi non ricevo tue
emails, né lettere postali, né telefonate o sms.
Da quel giorno che mi arrivò una email da youtube inviata da uno sconosciuto
Mohamed, in cui c’era una scena d’invasione di carri armati e lanci di bombe a
Gaza. Una frazione di secondo e ti ho visto, almeno mi sembra. Vicino a una casa
sventrata il tuo corpo seduto, forse ferito
.Ma ho fatto in tempo a notare la tua barba lunga, i tuo capelli impolverati.
Che si può vedere in una frazione di secondo? Ho pensato solo che somigliavi
sempre più a tuo padre, che eri ferito o morente. Nient’altro
. Neanche il tempo di sentire il dolore, niente.
Ho visto tante volte quella scena. Poi ho chiuso.
Vorrei poter dimenticare per poter stare a settembre al Kaffehause di Galata,
all’Hotel de Londres, come ci eravamo detti prima di lasciarci.
Ho sentito uno scienziato, per televisione ,dire che sarà possibile in breve
eliminare la memoria degli eventi terribili, traumatici. Ma io temo che accanto
al flash doloroso vengano soppressi anche gli incontri magici vissuti tra di
noi.
Allora sarò lì, come stabilito e ti troverò al solito kaffehause o in Hotel,a
Beyoglu.
Non ho ancora nulla da dimenticare, pronta adaccoglierti, a chiamati col tuo
nome, o a toccare la tua assenza.



A Galata

Ti ho sentito chiamare.
La barca dondola sul Corno d’Oro,
La bussola della vita è impazzita.

Sono venuta a Galata
Per colmare i ricordi vuoti
Le lontananze.

Sono venuta con la nostalgia
Di un futuro nuovo,
Trovo lo strappo nel tempo
Ritorni,partenze addii
spingono a tempi indecifrabili


Racconta solo con lo sguardo
Le notti lunghe di un tempo diverso.

Io ora vedo gli stessi momenti
Sul corno d’Oro.
Tu ricordi un’altra vita senza di noi.

Io, un’unica storia ricamata
Da silenzi e passi lontani.
Ma cosa si è smarrito che è ancora in noi
Se distanze ci hanno allontanato e riunito.?

Com’è dolce il ponte stasera
Ora che i nostri corpi illuminati
Sono eguali





La prima volta per noi è stato un pomeriggio umido di settembre, al Kaffehouse
di Galata.
Io ero andata a Istanbul, quasi alla vigilia della laurea. Avevo deciso di
cambiare tesi, e di dedicarmi allo studio dell’arte bizantina. Mi ero
catapultata in fretta all’aereoporto,per lasciare dietro i miei pensieri e i
miei dubbi. Ma sopratttutto volevo lavorare,finire la ricerca,immergermi negli
studi e nel caos dell’antica città. Mi chiedevo da dove cominciare.
Certamente dalla chiesa del S.Salvatore a Kora,dove avrei trovato i più antichi
mosaici bizantini. Sul quaderno d’appunti intravidi un’ombra, qualcuno chino su
di essi
. Non ti avevo visto ancora ma sentii un’eccitazione leggera,diversa da
altre,una forza strana e segreta,priva di vibrazioni, con una inconsueta potenza
d’attrazione. Mi sono girata verso di te, con un’espressione lievemente
infastidita. Mi ha colpito il tuo sorriso di luce, il tuo sederti calmo al
tavolo con la curiosità negli occhi brillanti, le spalle sottili e i tuoi scuri
capelli .
Mi chiedesti tante cose, io non risposi quasi e non chiedevo nulla. Ti guardavo
e continuavo a sorseggiare il mio caffè. Solo dopo un pò ti chiesi dei mosaici
di Kora.
Ne sapevi tanto tu, come conoscevi ogni angolo ,storia e leggenda di quella
città ancora ignota a me.
Mi avresti accompagnato a Kora e poi al mio hotel a piazza Taxim. Parlammo poco.
Visitammo la chiesa del San Salvatore, mentre tu mi illustravi tutto.
Anche tu stavi per laurearti, non avevi dubbi:economia politica. Ma amavi
l’arte.
Al ritorno in taxi, non ti chiesi nulla. Ci demmo appuntamento per il giorno
dopo allo stesso posto. Girammo tutte le basiliche bizantine, le cisterne, i
luoghi segreti e nascosti, dove scorre tanta acqua sotto la città, nelle varie
della bailiche cisterna.



Baciare,
incontrando,
salutare,
superare lo
schiaffo dell'ora.

La lenta
impareggiabile
andatura che
porta alla sera,
slegando pian
piano la collana,
come scivolando
verso la linea di
un minimo cambio
di prospettiva

E' suono
di flauto dolce








Le prime immagini dell’incontro,le prime sensazioni,quel momento quando si è
ancora alla ricerca , sono un’ingenua mescolanza di confidenza e timidezza,
gravide di significato,come se il futuro non fosse altro che lo sbocciare
successivo lento o veloce di un’incubazione di un malanno che ci coglierà quando
meno ce l’aspettiamo. Lo aspettiamo,preparandoci all’incontro ,perché viviamo di
nostalgia del contatto.
Sapevo dove risiedevi, ci siamo rivisti altre volte, ma non volevo altro,per
adesso.
Volevo tornare a casa, decidere del mio futuro lavoro. Avevo scelto :mi sarei
laureata in filologia romanza, dovevo ripartire.
Una cosa così la capisci a un tratto-in questo aereoporto semideserto, nella tua
libertà, ma con un’assenza accanto, il vuoto di una presenza.
Adesso la sento,penso a te,e tale è l’urgenza che cerco il quaderno e ti scrivo
come se fossimo lontani da tempo e non da poche ore. Ma non mi piace parlare
d’amore, forse non si tratta neanche di amore. E’ stato tanto eppure troppo
poco.
Era lui che aveva mescolato alle immagini delle cose reali quelle che salgono da
dentro, e confondono agli occhi le cose che sono con quelle che immaginiamo..

Al ritorno a Napoli, il tempo volò, la laurea, il lavoro all’Università, i
libri, il matrimonio veloce col mio patner di sempre.
Due figli e il tempo di vederlo andar via, non disponibile a costruire famiglia
casa… Non provai dolore per la sua scomparsa, ma delusione sì e una ferita
grave. La certezza di aver sbagliato, il dubbio lacerante. Da allora non avrei
fatto altro che lavorare e crescere i mie figli.
Ma dentro sempre la voglia di ritornare a Istanbul:come si chiamava quel
ragazzo? Ah, Pau(*)l, la sua assenza sempre al mio fianco.


Sguardi di vento

I tuoi occhi
specchio della riva
l'oceano è oltre
perduto,
dilata orizzonte
segue il vento,
risponde al mondo,

Il tuo sguardo
Entra in me
Raggio rapito
una mattina ,
tuffo in mare
un cielo in lontananza.
Un raggio
sui
i miei occhi
cerca
un azzurro

il tuo sorriso mare
sempre aperto
alle onde
e al riflusso della schiuma.

Luna il mio sguardo
lontano
perduto
troverà
uno specchio
una chiave
ricorderà

non è perduto.
nel pomeriggio,
scivola nella notte
vive di albe
perché l'amore
affina i sensi,
lasciando
la profondità
scavata



Questo blu volatile











Un giorno vidi una foto su un giornale:il presidente dell’autorità palestinese
(...), con la famiglia. Quel ragazzo sorridente accanto al padre era Paul
Non ti ho mandato la lettera scritta prima di partire, non ero pronta.
Ma ero stanca, troppo lavoro, troppe responsabilità. Volevo una vacanza. Scelsi
Gammath, l’hotel Abou Navas, vicino Tunisi. Così a caso.
Ero lì a nuotare nelle acque azzurroverdi del mare tunisino e sentii una voce
:nous nous voyons ce soir.
Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai
a nuotare. Poi mi ritirai nella mia bella camera sul mare.
Lo rividi a cena ai bordi della grande piscina. Accanto a me una giovane donna
di Nizza. Questa volta lo sapevo, non sarei fuggita. Lo vidi subito in piedi
accanto a me, che riempiva quel vuoto che c’era sempre stato, e mi salutava e mi
sorrideva come se ci fossimo lasciati il giorno prima..
Mi alzai e mi guidasti tu…la fiamma c’era,avevi ragione tu,non si vive
altrimenti. C’è bisogno almeno di una scintilla accesa. Ma tu non lo sapevi
allora di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato, facevi così
obbedendo alla legge della vita.
Chi è vivo cerca la vita,la fiamma,là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto,la tua bocca fu l’arca in cui la mia anima salì per salvarsi e il tuo
fiato il mio respiro. Così è stato.
Non si sa quanto dura,due creature si confondono e questo è il mistero. Ma in un
angolo oscuro c’è sempre un abisso stretto. Ebbi l’impressione di precipitare,
ma non mi fermai
Paul doveva stare sempre in hotel, mentre il padre e Arafat erano a Tunisi in
riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle uscire.
Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said; seduti sotto le stelle , ci
sembrava ssurdo temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi,dove comprai un o scatolo di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Paul e i
venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii un
lieve turbamento in lui.
Trascorse una settimana, eppure mi sembrò di vivere in un vuoto di tempo. La
felicità fa anche questi effetti,cancella il tempo e i pensieri. In quel vuoto
c’eravamo solo noi due.
Solo l’ultima sera prima della mia partenza cominciò a parlarmi dei suoi studi a
L’E’cole des hautes études di Parigi, dei progetti sociali per quella che
sarebbe stata la sua patria,che allora non poteva chiamare ancora così. Progetto
di scuole comunità, ospedali ,case. Progetti si socialismo avanzato. Annuivo
.sì, sarebbe stato così, ne ero certa. Era il grande sogno dell’umanità che si
sarebbe realizzato in quella terra. Ho ricevuto questo dono,Paul, di amarti, e
questo sogno che sa d’utopia, ma che è sempre stato il mio.
L’amore così era completo assoluto. Sarei partita per i miei impegni di madre e
di lavoro. Ma ormai c’eravamo, noi due, e c’eravamo per sempre.
Al ritorno, il solito lavoro, gli impegni di sempre, le preoccupazioni della
vita di una madre. Ma ogni giorno Paul telefonava, o inviava una lettera
postale, o una email.
Non è passato mai un momento della mia vita che mi abbia fatto mancare un
messaggio. Le sue lettere mi facevano immaginare gli altri luoghi in cui ci
saremmo incontrati. E sempre mi seguiva, ,invisibile, mi era alle spalle mentre
scrivevo, mentre facevo il bagno ai bambini, sapeva tutto di me, e le sue parole
erano d’un’intensità profonda.
E c’incontravamo, a Roma, a Napoli, a Parigi a Bruxelles, a Atene, in Libano. .
e ancora a Tunisi a Malta, non c’è posto che non ci abbia visti insieme per
brevi o lunghi periodi..

Non posso amarti
Temo il rischio.
Tu mi conduci per mano per labirinti
Facili se guidi tu.
sei come la luce, il mondo il sole
Estati e inverni che si susseguono
Non smetti di trasformarti
E non perdi la tua essenza

Ma potrò vivere,in questi climi,
nel mondo che inventi sempre,
come il frutto sgorga il suo succo
nel tuo nuovo domani.?
Forse sarò solo un essere nato per un giorno
Il tuo,
mentre per te verranno
venti,terre, luci,
che chiedono di essere già nuove
stagioni,
o luoghi in cui cui vivrai .




Per anni e anni, mentre i bambini erano a Procida con mia madre o a Napoli,
abbiamo sentito la gioia dell’incontro e l’impovviso vuoto dell’assenza. Eravamo
specialisti nell’arte di incontrarci partire, ritrovarci.
Come acrobati del trapezio ci sembrava di essere sempre insieme, anche qualdo ci
proiettavamo soli nel vuoto.
Talvolta sentivamo, o forse io avvertivo, una perdita, una lontananza.
Ma lui non sembrò mai entrare nell’abisso, e non saprò mai se ci è stato
talvolta.
Forte sicuro di sé, camminava verso il futuro, e il presente e il futuro erano
la sua terra e me.
Poi scoprimmo skype e potremmo scriverci e vederci in diretta.
Ma la situazione peggiorava in Palestina:cominciavano i massacri, le invasioni
dei carri armati israeliani, l’estensione dei coloni. Il famoso muro. Per mesi
non avevo più notizie. Poi compariva all’improvviso a casa, nel mio giardino.
Qualcosa stava cambiando nel mio aspetto e nel suo. Il tempo era impazzito, ci
faceva tornare indietro nella mempria, fare balzi paurosi in avanti.
Ma mai mai ho pensato che non ci saremmo più visti, fino a quando ho ricevuto
quella lettera col video da un sedicente amico. Forse era questo il momento vero
dell’assenza, forse era scomparso, rapito, ferito, morto.
Poi la sensazione di vuoto crebbe e tutto di lui cominciò a mancarmi. Ora che
non dovevo più incontrarlo, ora che forse se n’era andato, potevo dirgli la
verità ;che amavo le sue mani, il suo viso, i piedi il cuore la mente e che
tutto di lui mi mancava.
Spesso mi sono avviata nella stanza da letto, e mi sono distesa dal lato suo,ma
non c’era nessuno.La paura allora scacciò il sonno.
L’avrei ritrovato in sogno mi dissi. Per questo dovevo dormire anche se il sonno
non mi avrebbe mai appagato.
.
Un mese fa mi è giunta una mail brevissima, sempre di un amico,un altro che mi
dava appuntamento a Istanbul al Kaffehause. Ho segnato la data e l’ora.
L’albergo e tutto.
Andrò, anche se forse è un brutto scherzo, anche se forse lui non c’è più. Ma
andrò, non per rivederlo ma per risentire l’aria del ponte, vedere il Corno
d’oro pieno di luce. Anche per sentire fino in fondo la sua assenza.
E perché la speranza non è caduta in quel vuoto.

I vari momenti di questa storia li raccontano le mie poesie.

Avverto il ritorno
in un oltre lo ntano da dov'eravamo
ma per incontrarci nel vivido giono
non c'erano presenze.
Il mio sguardo vedeva te
i tuoi segreti nascosti oltre
i giardini
dove ora non si entrava più.

Allora partimmo soli
per ricreare il mondo,
l'altrove in cui
incontrarci,
é forse qui il luogo,
ma questo non è dato sapere.

Sulle mani le cicatrici
laggiù nell'anima in ferita dura,
nella certezza di essere insieme.

Resta il mistero di sapere
che ci siamo trovati e che il luogo
è chiuso in eterno.

E' ancora luce
non soffre memoria,
priva di sogni, date, numeri,
nomi, segni.

Dolore di spazi di tempo
andati, eternità è un lampo.

E se desideri ricordare
non serve vivere
con il dove innanzi, che si ama si cerca
in luce profonda.
in quest'azzurro che asconde i visi
in profondo oscuro


E' trascorso un giorno. La luce accecante si riflette sul le acque del Corno
d'Oro, costrinendomi a serrare gli occhi.
La leggenda dei preziosi gettati in mare dai bizantini durante la conquista
ottomana,che rendono le acque così insopportabilmente luccicanti ora per me,in
altri tempi mi avrebbe affascinato.
Solo indifferenza ora e uno spasmo dentro.
Le navi passano pigramente. Lontano i tanti minareti della città, visione
affascinante e complessa.
In me un senso di amaro.


Il grido nel silenzio

Se solo tu chiamassi,
dalla sponda del mare solitario,
con forte suono, con fischio acuto,
io verrei,certo verrei
dal profondo buio del mare, dalle alte isole,
verrei, certo che verrei

ma tu soffia soffia forte,
che il tuo urlo
rimbombi feroce come di sirena perduta,
come fischio di nave lontana,
come grido tra schiuma e onde,
come acqua perduta che soffre e chiama .

nell’estate marina,
ombre di conchiglie circolano come gridi,
le sue svagate melodie,i lugubri lamenti
si innalzano sull’oceano sordo e immoto.

Ma io verrei,certo che verrei
,a raccogliere le tue lacrime
Che ancora rinchiudi


In questo momento vedo te, non il mare o le navi. La città mi sembra sospesa
nell'aria. Una città qualunque, senza quei luoghi in cui ci siamo incontrati.
Il vuoto al mio fianco, e vorrei rivedere Santa Sofia.

Se prendiamo Santa Sofia, è un luogo sotterraneo, nel quale penetra la luce di
una catacomba. Roma è tutta lì nella soddisfaziione del suo potere papalino,
nelle sue grandiose architetture, ma non tende nè alla profondità, nè all'ascesi
del gotico. S.Sofia non tende nè al cielo, nè a una finalità gloriosa, ma a
un'immaterialità verso un mistero originario, in forma criptica e iniziatica. Là
accanto la cripta della Cisterna Basilica, intrico di colonne, foresta
sotterranea,spazio religioso senza immagini, riserva vitale di acque
sotterranee, che riemergono nelle fontane del suolo. questa riserva d'acqua è un
principio di vita e di morte, un dispositivo magico. Pertanto noi troviamo in
questa foresta pietrificata l'immagine della Medusa,terrore dei greci,immagine
di un inconscio pietrificato, allegoria stessa della malia, anche perchè figura
femminile. Eppure topos dell'animo, immagine apotropaica, che libera dal male. e
dalla sventura. A Istanbul l'acqua è dappertutto, si dirama dal Bosforo (che
viene chiamato fiume) e dal mare dell'Europa. Trait d'union tra popoli, strati
della città, continenti,civiltà religioni,popoli,modi di vivere.

Con te al mio fianco, vorrei raccontarti di queste mie nuove sensazioni sulla
luce sotterranea di Costantinopoli... Giro l'angolo:un uomo di spalle. Mi sembra
di riconoscerti. Ma è un tu giovane, come quando ti ho visto la prima volta...Tu
invece mi cammini al fianco,presenza sottile e avverti la mia solitudine.
Dove sono stata con te, si va solo attraverso di te, accanto alle tue parole e
al tuo silenzio.

Tu ombra sempre più lontana
segno discorde che tiene vivo
il ricordo di chi stavo perdendo

come faccio a pensare tranquillo

il sorgere di ogni sera
mi ricorda la tua immagine
sempre più sfocata
nel crescere di tenebre

l’ombra ripete ogni giorno
morente ciò che ho perso
risalendo
 solo verso il sole



JAZZ WINE AND LOVE

Attraverso il lungo parallelipepedo, cio è il corridoio black and
white:divanetti  in fil alungo le pareti, verdini, viola, gialli, fuscsia, verdi
Cammino guardano i riquadri la paasma con immagini cellebri di sassofonisti,
trombettisti, pianisti,di cold, cool, free,hot jazz.  Noti suoni, facce
celebri,quartetti, trombe d’oro.Luci soft azzurrognolo,  alterano i colori, per
terra il pavimento  a tastiera di piano..
Ad un tratto sui ti televisori compare il Modern jazz uartet, alzo il
volume:misica quasi rinascimentale, spezzata, soft, invade la sala.
Ascolto sul divanetto fucsia.
Sapevo di trovarti qui, dove sempre m’aspetti.
Si siede qualcuno:anche se fossi tu non guarderei l’ombtra che cerco di
allontanare ogni giorno di più
Ascolto e non mi giro, saresti troppo diverso
La lunga gamba del mio vicino si scuote al ritmo della musica, mentre il sangue
scorre sempre più veloce.
Se anche non fossi tu accanto, quat’abbraccio, prima lento e freddo,poi
incalzante come l’accavarrarsi veloce dei suoni che si susseguono nel finale,
sentirei lo staesso l’accendersi dei miei sensi  nel misterioroso incontro del
mio corpo col tuo corpo.
Non pensare , non muoverti, solo un metro più giù è la disperazione
Poi si sente Bollani con la sua mano veloce che scorre ,poi chet e Keith
Jarrett, che ascolto atraveso la mia pelle.
Magico corridoio di musiaca, whisky  evino nella notte che ha fissato i ricordi,
i suoni, le emozioni.,glo odori e fa volare in alto la mente….


ERA TUTTO BIANCO

Era tutto bianco adesso,di un bianco che penetrava i pensieri rendendoli vuoti,
ma era filnalmente il momento di volare,prendere le distanze,accelerare la fine
di un'agonia inutile.Lei aveva visto un mondo in lui,si era
capovolta,riscoperta,ma non era bastato.A volte gli amori più grandi muoiono nel
silenzio e l'altro non sente nemmeno che stiamo andando via, perchè in lui non
siamo mai arrivati. A VOLTE. Ma questa storia era sopravvissuta viva e limpida e
bianca, del biancore dell’ albra di era n ell’alba che stavo vivendo dopo la
mail. Ai luoghi, alla storia, ai cambiamenti di modo di vivere, a tutte le
trasformazione che il vivere ci propone.


Una partenza impercettibile, un bagaglio invisibile si spostava,un peso
vuoto..lei sentì il peso di quell'amore sciogliersi nel freddo del passi lungo
il parco deserto, bianco, di un cangiante quasi desolante.

Sentì il rumore dei suoi passii scacciare un piccolo sasso, sentì le sue mani
fredde,senza il riparo di guanti. Si sorprese del tempo che era rimasta
sola,senza tenerezza,senza essere accompagnata..perchè l'amore accompagna, è un
ballo dove uno guida l'altro..Non ti vedrò più, aveva pensato prima di ricevere
la mail, mentre gli alberi diventavano sempre più bianchi,come a sparire..poi 
sarebbe scesa la sera, e quel chiaro sarebbe rimasto un silenzio..e il profumo
degli alber  l'avrebbe stupita ancora, aperta alla vita..doveva solo camminare
adesso,senza girarsi,senza sentire fitte di nostalgia,doveva solo capire e
sentire ancora che tutto quell'amore e quel senso di poesia che l'aveva
travolta,sublimata, invasa,non era altro che un pezzetto della sua anima che si
raccontava da sola.

Ma ad un tratto una nota, una sensazione che solo lei poteva ascoltare, ed
arrivò tra i fiocchi bianchi, come una musica.

"Vieni, corri da me,aveva scritto  lui, e forse la voce interiore aveva tremato 
di una nostalgia non consapevole, perchè lui sicuramente non aveva capito ancora
niente mentre scriveva quelle parole,    memore solo dell'amore che si era
lasciato dietro ..

Lei sentì le labbra brucianti dalla febbre che si muovevano sul volto
bollente..era un sorriso, tenue, ma che faceva brillare gli occhi.
Sentì infiammarsi il corpo come sempre al suo pensiero, quella sensazione
struggente e calda dei sensi  che commossi e invasi da lui .
Non parlò, combattuta dai suoi discorsi a se stessa, dalle strategie da adottare
mai portate a termine, lei fatta di amore per lui.
Non voleva cambiare, cancellare.
Perchè diventare quella che non era, perchè andare, perchè fingere?
Un dito tra le labbra a trattenere la passione si disse, senza che lui sapesse:

verrò,Meshedì, sarò a girona, ,meshed. non ho dubbi
Ricominciarono  i soliti giorni a napoli,:l’asilo dei bambini, le mie lezioni
all’Università. Le antologie e il vocabolario con l’editore.
E le lunghe passeggiate per la Napoli vecchia, tra le locande, le pizzerie con
musica popolare,gestite da alcune mie amiche-sorelle.. Le lunghe notti passate a
dicutere sull’egemonia ei movimenti , sia quello femminista,che sulle
organizzazione del movimento studentesco.
-Ci vorrebbe iun partito, un’organizzazione centralizzata-diceva Teresa
- Eh già, ribatteva, Cristina, così ripercorriamo gli errori del Partito, che
già esiste e che non ha saputo interpretare le istanze del tutto nuove che
vevivano dalla base.

_Ma senza un centro, un’organizzazione-continuava Marisa,- i movimenti si
disperdono.Occorre una linea, una direzione!
_ma la linea c’è, ribatteva Cristina, è quella che ci siamo date al politecnico
mesi fa.

_Ma non è una linea, ribattei io, è un’idea., un’utopia. Certo è necessaria, ma
occorre anche una forma organizzativa, che magari un isca studenti, lavoratori e
movimentio femminista.
-WEh, brava, proprio il Partito…Ci manca sio,lo il Partito, proprio quello che
volevamo evitare..
_ E perché non un gruppo di noi che assorba e raccolga le istanze del movimento
…e magari un giornale che le diffonda?
Questa sembrava essere l’idea dominante di Cristina.
Continuavano così le nostre polemiche ogni giorno, senza una soluzione…. Ma
avremmo voluto trovarla, giungere a un accordo.

Intanto io pensavo che tra quindici giorni mi sarei trovata a Barcellona…che la
Palestinastava scomparendo, tra polemiche interne
E divisioni in fazioni, ma soprattutto Pensavo A Meshed, in esilio, senza
patria…E a noi, che mai avremmo avuto un’organizazione unitaria,
giusta,egualitaria. Noi che non ci saremmo liberate mai con tutte  queste
incertezze.

A Bologna l’editore sembrava molto soddisfatto del mio lavoro.
-Ha da fare questo week end, Laura.?
Mi era sempre piaciuto, così alto, biondo serio,colto ma anche dotato di una
sottile vena di humour.
-Potremmo vederci a ischia- aggiunse  Gianluca

-E , mio caro, non so proprio a chi lasciare i bambini-risposi io.
Uelloche avevo desiderato per tanto tempo, era successo:mi aveva chiesto di
incontrarmci.E io…
Avevo rifuiutato subito, pensando che  provavo solo il desiderio di rivedere
Meshed, di stare con lui, di sentirmi rinascere donna ,viva e coinvolta nella
sua passione, risentendo quelle parole che solo lui sapeva dirmi.

Quindi  Sabato 15 scesii allaereoporto di Girona, . Nella sala dp’attesa lo
trovai , seduto sulla sua sacca blue da viaggio,smagrito in volti, gli occhi
sempre più scuri e grandi:era lì il mio ‘simile’, il mio ignoto-costante amore.
Meshed si alza in piedi, prende la mia valigia con gesto tenero e attento e ci
dirigiamo verso il bus che ci condurrà a Barcellona.,
al nostro residence nella Ciutad Viellia, di fronte alla Cattedrale.

Era tutto bianco adesso,di un bianco che penetrava i pensieri rendendoli vuoti,
ma era filnalmente il momento di volare,prendere le distanze,accelerare la fine
di un'agonia inutile.Lei aveva visto un mondo in lui,si era
capovolta,riscoperta,ma non era bastato.A volte gli amori più grandi muoiono nel
silenzio e l'altro non sente nemmeno che stiamo andando via, perchè in lui non
siamo mai arrivati. A VOLTE. Ma questa storia era sopravvissuta viva e limpida e
bianca, del biancore dell’ albra di era n ell’alba che stavo vivendo dopo la
mail. Ai luoghi, alla storia, ai cambiamenti di modo di vivere, a tutte le
trasformazione che il vivere ci propone.


Una partenza impercettibile, un bagaglio invisibile si spostava,un peso
vuoto..lei sentì il peso di quell'amore sciogliersi nel freddo del passi lungo
il parco deserto, bianco, di un cangiante quasi desolante.

Sentì il rumore dei suoi passii scacciare un piccolo sasso, sentì le sue mani
fredde,senza il riparo di guanti. Si sorprese del tempo che era rimasta
sola,senza tenerezza,senza essere accompagnata..perchè l'amore accompagna, è un
ballo dove uno guida l'altro..Non ti vedrò più, aveva pensato prima di ricevere
la mail, mentre gli alberi diventavano sempre più bianchi,come a sparire..poi 
sarebbe scesa la sera, e quel chiaro sarebbe rimasto un silenzio..e il profumo
degli alber  l'avrebbe stupita ancora, aperta alla vita..doveva solo camminare
adesso,senza girarsi,senza sentire fitte di nostalgia,doveva solo capire e
sentire ancora che tutto quell'amore e quel senso di poesia che l'aveva
travolta,sublimata, invasa,non era altro che un pezzetto della sua anima che si
raccontava da sola.

Ma ad un tratto una nota, una sensazione che solo lei poteva ascoltare, ed
arrivò tra i fiocchi bianchi, come una musica.

"Vieni, corri da me,aveva scritto  lui, e forse la voce interiore aveva tremato 
di una nostalgia non consapevole, perchè lui sicuramente non aveva capito ancora
niente mentre scriveva quelle parole,    memore solo dell'amore che si era
lasciato dietro ..

Lei sentì le labbra brucianti dalla febbre che si muovevano sul volto
bollente..era un sorriso, tenue, ma che faceva brillare gli occhi.
Sentì infiammarsi il corpo come sempre al suo pensiero, quella sensazione
struggente e calda dei sensi  che commossi e invasi da lui .
Non parlò, combattuta dai suoi discorsi a se stessa, dalle strategie da adottare
mai portate a termine, lei fatta di amore per lui.
Non voleva cambiare, cancellare.
Perchè diventare quella che non era, perchè andare, perchè fingere?
Un dito tra le labbra a trattenere la passione si disse, senza che lui sapesse:

verrò,Meshedì, sarò a girona, ,meshed. non ho dubbi
Ricominciarono  i soliti giorni a napoli,:l’asilo dei bambini, le mie lezioni
all’Università. Le antologie e il vocabolario con l’editore.
E le lunghe passeggiate per la Napoli vecchia, tra le locande, le pizzerie con
musica popolare,gestite da alcune mie amiche-sorelle.. Le lunghe notti passate a
dicutere sull’egemonia ei movimenti , sia quello femminista,che sulle
organizzazione del movimento studentesco.
-Ci vorrebbe iun partito, un’organizzazione centralizzata-diceva Teresa
- Eh già, ribatteva, Cristina, così ripercorriamo gli errori del Partito, che
già esiste e che non ha saputo interpretare le istanze del tutto nuove che
vevivano dalla base.

_Ma senza un centro, un’organizzazione-continuava Marisa,- i movimenti si
disperdono.Occorre una linea, una direzione!
_ma la linea c’è, ribatteva Cristina, è quella che ci siamo date al politecnico
mesi fa.

_Ma non è una linea, ribattei io, è un’idea., un’utopia. Certo è necessaria, ma
occorre anche una forma organizzativa, che magari un isca studenti, lavoratori e
movimentio femminista.
-WEh, brava, proprio il Partito…Ci manca sio,lo il Partito, proprio quello che
volevamo evitare..
_ E perché non un gruppo di noi che assorba e raccolga le istanze del movimento
…e magari un giornale che le diffonda?
Questa sembrava essere l’idea dominante di Cristina.
Continuavano così le nostre polemiche ogni giorno, senza una soluzione…. Ma
avremmo voluto trovarla, giungere a un accordo.

Intanto io pensavo che tra quindici giorni mi sarei trovata a Barcellona…che la
Palestinastava scomparendo, tra polemiche interne
E divisioni in fazioni, ma soprattutto Pensavo A Meshed, in esilio, senza
patria…E a noi, che mai avremmo avuto un’organizazione unitaria,
giusta,egualitaria. Noi che non ci saremmo liberate mai con tutte  queste
incertezze.

A Bologna l’editore sembrava molto soddisfatto del mio lavoro.
-Ha da fare questo week end, Laura.?
Mi era sempre piaciuto, così alto, biondo serio,colto ma anche dotato di una
sottile vena di humour.
-Potremmo vederci a ischia- aggiunse  Gianluca

-E , mio caro, non so proprio a chi lasciare i bambini-risposi io.
Uelloche avevo desiderato per tanto tempo, era successo:mi aveva chiesto di
incontrarmci.E io…
Avevo rifuiutato subito, pensando che  provavo solo il desiderio di rivedere
Meshed, di stare con lui, di sentirmi rinascere donna ,viva e coinvolta nella
sua passione, risentendo quelle parole che solo lui sapeva dirmi.

Quindi  Sabato 15 scesii allaereoporto di Girona, . Nella sala dp’attesa lo
trovai , seduto sulla sua sacca blue da viaggio,smagrito in volti, gli occhi
sempre più scuri e grandi:era lì il mio ‘simile’, il mio ignoto-costante amore.
Meshed si alza in piedi, prende la mia valigia con gesto tenero e attento e ci
dirigiamo verso il bus che ci condurrà a Barcellona.,
al nostro residence nella Ciutad Viellia, di fronte alla Cattedrale.



Questa è la lunga mail che ricevetti, al ritorno da Sidi Bu Said:

Questa è la lunga mail che ricevetti, al ritorno da Sidi Bu Said:
-            “Mi vien da pensare ai sogni folli dell’umanità, ai loro grandi
odi. La storia mediorientale continua a raccontarsi e a peggiorare gli equilibri
dei popoli.
-            Gli ebrei, nelle loro lunghe peregrinazioni, persecuzioni, diaspore
hanno sempre conservato un atteggiamento internazionalista,che li ha fatti
stiomare e apprezzare da  tutti. E con questo spirito di grandi profughi, che
si  stabilivano nei vari paesi con amore per la cultura di chi li ospitava, sono
nati i grandi sperimentatori, filosofi scienziati, scrittori, poeti.
Una parte di loro ha sempre inseguito il sogno di un paese descritto negli
antichi testi sacri. La Terra Promessa da Dio duemila anni fa.
Dopo le persecuzioni e l’olocausto, una gran parte di loro ha sentito l’esigenza
di stabilirsi nella terra di Palestina.

I Palestinesi, popolo di contadini e pescatori ,videro questa gente che veniva
da altre terre a comprare terreni, case.E cedettero così di far vivere
meglio,con maggiore benessere i loro fgli, acanto a questo popolo sofferente  e
disposto a creare kibbuz, comunità miste, che sembravano un utopia realizzata in
quella terra. Poi tutto si è trasformato in un incubo Il grande sogno
dell’umanità era di vedere due stati, o anche uno solo di popoli che convivevano
pacificamente, con le loro tradizioni, le diverse religioni, in uno stato laico
e democratico., cn capitale Gerusalemme, la città sacra a tre religioni.  Non è
stato così. Sarà così.
Oggi i Palestinesi vivono male, chiusi in una stretta e piccola striscia di
terra.,sempre più piccola, perché i coloni israeliani estendono sempre oltre le
loro case e terren i. Un grande muro li divide da Israele.

Finchè è stato in vita Arafat hanno vissuto nella speranza di riprendere parte
dei territori. C’è stata l’Intifada, manifestazione di lotta di popolo che
lanciava sassi, poi,com’è sempre prevedibili nei territori soffocati, alcune
frange estremiste islamiche hanno attuato gesti di terrorismo ni vari luoghi del
nuovo stato d’Israele. Arafat,oltre ad essere un combattente , era anche un
grande diplomatico, che poteva trattare con molti stati.
Ma non c’è stata più pace tra i due popoli.  Non è stato così, ma sarà così.
E’ giusto, è la speranza degli uomini che non conoscono il fanatismo. Due popoli
che si riconoscono come cittadini di due stati indipendenti.
Ci vuole coraggio a far sopravvivere un piccolo sogno:una terra da coltivare,
l’istituzione di scuole ospedali, case, leggi, parlamenti, istituzioni e , il
sogno di divenire popolo.
Per i palestinesi significa avere uno stato, un focolare, una casa etutto quel
che serve al popolo.

Ma i piccoli sogni, senza eserciti, né grandi potenze, grandi guerre
internazionali, appoggi esterni sono i più difficili da realizzare. L’umanità
ama ancora le grandi epopee,le grandi religioni, le grandi guerre,gli imperi.

Fino a quando? “

Lessi e rilessi questa mail, con entusiamo, perché rispecchiava le mie idee,
quelle stesse per cui Meshed era  perseguitato e costretto a rifugiarsi in vari
paesi.

A volte i pacifisti quelli che lottano per il proprio popolo sono più
perseguitati degli altri. Sono più scomodi.

Stretto a me, hai volato dalla primavera all'inverno, chiuso nel caldo del mio
cuore attento a te,piccola piuma preziosa. Mi sono tenuta forte al tuo blu
mentre cadevo e la terra mi risucchiava insieme ai vermi miseri e freddi della
vita. Mi sei sembrato angelo di luce, regalo e volo nell'ascesa che mi mancava e
mi sono cantata canzoni mute che ancora dovrò inventarmi, anche se sono stanca e
infreddolita,ormai alla fine di un viaggio così faticoso in salita,su pareti
ripide di disagio. Sono stata forte e coraggiosa,ho rubato leggerezza e peso
agli uccelli che in ogni mattino di estate mi hanno svegliata, ed era bello
aprire gli occhi perchè esisti tu.

. É silenzio anche in me che potevo gridare, e anche lo sguardo non brilla 
Questo Natale mi ha portato questa lettera di un amore che  io ho
cantato,voluto,sentito. Dono lieve questa rassegnazione che mi benedice, brucio
nel fuoco anche io insieme a tutte le mie lettere d'amore
La mail mi diceva altre cose, anche di speranza, ma di una speranza così
lontana, che mi sembrava di affogare.
Non mi parlava di incontri, di Noi, ma dei suo Sogno che ra anche il mio.
Non mi bastava. Volevo date, partenze. Poesie. Volevo incontrarlo.  Capivo che
era in gravi difficoltà.
E allora gli scriisi questa poesia e cliccai su Invia.

Non ti regalerò casa immagini cristalli puri
Corpi,vite essenze sogni
Io ti darò un giorno.
Possibilità perenne
Vissuto pieno
Assoluto di luce,
Da bere in coppa di fiume
Argentea avvolta in un foglio puro.

Giorno, chiarità
Splendore di vita
Fatto di tessuti stellari
Di raggi perenni.

Un giorno solo, pienezza donata.
Chiudi gli occhi,
ora puoi
dormire.                                                                                                                               


Dopo quindici giorni ricevetti un’altra mail.
Appuntamento a Barcellona-Girona ore 17, imbraco n. … Sabato prossimo.. LOVE
Era questa la mail che volevo rficevere.
Risposi solo: “ok. LOVE”



Lasciami tempo Meshed,
farò il tuo bene
se ottobre mi aiuta.

Stamane la tua voce al cellulare
(mi confondo e forse m’imbrarazzo
Tra i tuoi respiri..i silenzi…)
Che sei lì, sul ponte.

No, non sono venuta
Di colpo le cose sembravano svanite!

Non è possibile più
Per noi parlare se non  aò telefono
Con voci frante, acute, sorde,
se non aspettiamo l’ultimo viaggio che chiedi
quel viaggio che forse oggi è finito,
mentre tu aspetti nel de hors di Galata
(ma è ancora nostro?)

Eppure persiste in  noi
Presentimento d’infinita grazia
(o è solo memoria di noi?)

Ti scriverò..
Io stessa non so quello che vado scrivendo
Senza un sogno, un’immagine,,una promessa
Che non devo fare..

Quanto abbiamo parlato,
cercan do frasi semplici, dell’oggi,
ma siamo tornati sempre all’ ‘essere-nonesserep’.
Io sono diventata adulta
E non posso aspettare.
Il mio No, i miei libri
Le lettere la chitarra e il tuo cassettino
Nell’angolo di una vita.

Ma non riesco a dirtelo,
Non aspettarmi più,
non seguire, non guardarmi,
e noi scompariamo..

Scrivo per te nelle pagine della passione
Ti seguo
Perché tu  fabbrichi sogni,
ti ritraggo con tinte improbabili
per poi cancellarti con una risata che turba
le lacrime.
Tu vivi dentro di me,
avvolgimi nelle tue braccia di luna,
il mare non mi incanta più,
la voglia della tua musica con segue il pensiero,
le mie sere di silenzio
Resto da sola a scrivere.

Tu sei libero,
sei il ribelle del desertol,
il mago della mia cella.
Il suono dei miei momenti  più veri.

Verrà il sole per te, non ricorderò l’amarezza dell’addio
Tutto è divenuto preistoria

Non rinnegare quell’aria
Creata da te che solo tu emani.

Fui la volpe selvatica muschiata
Nelle felci azzurre.



Voci di una lunga telefonata

Lasciami tempo Meshed,
farò il tuo bene
se ottobre mi aiuta.

Stamane la tua voce al cellulare
(mi confondo e forse m’imbarazzo
tra i tuoi respiri..i silenzi…)
Che sei lì, sul ponte.

No, non sono venuta
Di colpo le cose sembravano svanite!

Non è possibile più
Per noi parlare se non  al telefono
Con voci frante, acute, sorde,
se non aspettiamo l’ultimo viaggio che chiedi
quel viaggio che forse oggi è finito,
mentre tu aspetti nel dehors di Galata
(ma è ancora nostro?)

Eppure persiste in  noi
Presentimento d’infinita grazia
(o è solo memoria di noi?)

Ti scriverò..
Io stessa non so quello che vado scrivendo
Senza un sogno, un’immagine,,una promessa
Che non devo fare..

Quanto abbiamo parlato,
cercando frasi semplici, dell’oggi,
ma siamo tornati sempre all’ ‘essere-nonessere’.
Io sono diventata adulta
E non posso aspettare.
Il mio No, i miei libri
Le lettere la chitarra e il tuo cassettino
Nell’angolo di una vita.

Ma non riesco a dirtelo,
Non aspettarmi più,
non seguire, non guardarmi,
e noi scompariamo..

Scrivo per te nelle pagine della passione
Ti seguo,
Perché tu  fabbrichi sogni,
ti ritraggo con tinte improbabili
per poi cancellarti con una risata che turba
le lacrime.
Tu vivi dentro di me,
avvolgimi nelle tue braccia di luna,
il mare non mi incanta più,
E dico:
la voglia della tua musica  segue il pensiero,
le mie sere di silenzio.

Resto da sola a scrivere,         
Tu sei libero,
sei il ribelle del desertol,
il mago della mia cella.
Il suono dei miei momenti  più veri.

Verrà il sole per te, non ricorderò l’amarezza dell’addio.
Tutto è divenuto preistoria

Non rinnegare quell’aria
Creata da te che solo tu emani,
Fui la volpe selvatica muschiata
Nelle felci azzurre.

Ancora una volta
Voglio rivederti,
Perché tu non resti al buio.
È stato poco o forse troppo,
ma io sono lontana settecento miglia;
E penso che ti sfiori il naso
Con un gesto che ricordo ancora.
Non preoccuparti di desiderio e nostalgia
È una storia di noi due
Che recita l’epilogo d’estate.


Visiterò i luoghi dopo i nostri viaggi
Tra le rive di Odisseo
E i templi di Delfi
Mi domanderanno di te,
Dei paesi dove sei
E non saprò dire
Quando le parole avranno cancellato altre parole,
e le stagioni seppellito  altre stagioni.
Non si può vivere più  di amori lontani

Perch’io no’ spero di tornar giammai..
Diglielo ancora ballatetta:
Che non sono andata
Perché il mio deserto è qui
Digli il “NO” di Laura,della mia piccolina,
digli della solitudine e i libri, le lettere
e la chitarra qui,
con la tua carezza d’ambra.

Dormono tutti i sogni del corpo
Traditi dal vento e dal mare,
risponderanno a tutte le domande
le tue, le mie.

Dimmi:
esistono ancora le finestre azzurre
della tua Sidi bu said?



ERA TUTTO BIANCO

Era tutto bianco adesso,di un bianco che penetrava i pensieri rendendoli vuoti,
ma era filnalmente il momento di volare,prendere le distanze,accelerare la fine
di un'agonia inutile.Lei aveva visto un mondo in lui,si era
capovolta,riscoperta,ma non era bastato.A volte gli amori più grandi muoiono nel
silenzio e l'altro non sente nemmeno che stiamo andando via, perchè in lui non
siamo mai arrivati. A VOLTE. Ma questa storia era sopravvissuta viva e limpida e
bianca, del biancore dell’ albra di era n ell’alba che stavo vivendo dopo la
mail. Ai luoghi, alla storia, ai cambiamenti di modo di vivere, a tutte le
trasformazione che il vivere ci propone.


Una partenza impercettibile, un bagaglio invisibile si spostava,un peso
vuoto..lei sentì il peso di quell'amore sciogliersi nel freddo del passi lungo
il parco deserto, bianco, di un cangiante quasi desolante.

Sentì il rumore dei suoi passii scacciare un piccolo sasso, sentì le sue mani
fredde,senza il riparo di guanti. Si sorprese del tempo che era rimasta
sola,senza tenerezza,senza essere accompagnata..perchè l'amore accompagna, è un
ballo dove uno guida l'altro..Non ti vedrò più, aveva pensato prima di ricevere
la mail, mentre gli alberi diventavano sempre più bianchi,come a sparire..poi 
sarebbe scesa la sera, e quel chiaro sarebbe rimasto un silenzio..e il profumo
degli alber  l'avrebbe stupita ancora, aperta alla vita..doveva solo camminare
adesso,senza girarsi,senza sentire fitte di nostalgia,doveva solo capire e
sentire ancora che tutto quell'amore e quel senso di poesia che l'aveva
travolta,sublimata, invasa,non era altro che un pezzetto della sua anima che si
raccontava da sola.

Ma ad un tratto una nota, una sensazione che solo lei poteva ascoltare, ed
arrivò tra i fiocchi bianchi, come una musica.

"Vieni, corri da me,aveva scritto  lui, e forse la voce interiore aveva tremato 
di una nostalgia non consapevole, perchè lui sicuramente non aveva capito ancora
niente mentre scriveva quelle parole,    memore solo dell'amore che si era
lasciato dietro ..

Lei sentì le labbra brucianti dalla febbre che si muovevano sul volto
bollente..era un sorriso, tenue, ma che faceva brillare gli occhi.
Sentì infiammarsi il corpo come sempre al suo pensiero, quella sensazione
struggente e calda dei sensi  che commossi e invasi da lui .
Non parlò, combattuta dai suoi discorsi a se stessa, dalle strategie da adottare
mai portate a termine, lei fatta di amore per lui.
Non voleva cambiare, cancellare.
Perchè diventare quella che non era, perchè andare, perchè fingere?
Un dito tra le labbra a trattenere la passione si disse, senza che lui sapesse:

verrò,Meshedì, sarò a girona, ,meshed. non ho dubbi
Ricominciarono  i soliti giorni a napoli,:l’asilo dei bambini, le mie lezioni
all’Università. Le antologie e il vocabolario con l’editore.
E le lunghe passeggiate per la Napoli vecchia, tra le locande, le pizzerie con
musica popolare,gestite da alcune mie amiche-sorelle.. Le lunghe notti passate a
dicutere sull’egemonia ei movimenti , sia quello femminista,che sulle
organizzazione del movimento studentesco.
-Ci vorrebbe iun partito, un’organizzazione centralizzata-diceva Teresa
- Eh già, ribatteva, Cristina, così ripercorriamo gli errori del Partito, che
già esiste e che non ha saputo interpretare le istanze del tutto nuove che
vevivano dalla base.

_Ma senza un centro, un’organizzazione-continuava Marisa,- i movimenti si
disperdono.Occorre una linea, una direzione!
_ma la linea c’è, ribatteva Cristina, è quella che ci siamo date al politecnico
mesi fa.

_Ma non è una linea, ribattei io, è un’idea., un’utopia. Certo è necessaria, ma
occorre anche una forma organizzativa, che magari un isca studenti, lavoratori e
movimentio femminista.
-WEh, brava, proprio il Partito…Ci manca sio,lo il Partito, proprio quello che
volevamo evitare..
_ E perché non un gruppo di noi che assorba e raccolga le istanze del movimento
…e magari un giornale che le diffonda?
Questa sembrava essere l’idea dominante di Cristina.
Continuavano così le nostre polemiche ogni giorno, senza una soluzione…. Ma
avremmo voluto trovarla, giungere a un accordo.

Intanto io pensavo che tra quindici giorni mi sarei trovata a Barcellona…che la
Palestinastava scomparendo, tra polemiche interne
E divisioni in fazioni, ma soprattutto Pensavo A Meshed, in esilio, senza
patria…E a noi, che mai avremmo avuto un’organizazione unitaria,
giusta,egualitaria. Noi che non ci saremmo liberate mai con tutte  queste
incertezze.

A Bologna l’editore sembrava molto soddisfatto del mio lavoro.
-Ha da fare questo week end, Laura.?
Mi era sempre piaciuto, così alto, biondo serio,colto ma anche dotato di una
sottile vena di humour.
-Potremmo vederci a ischia- aggiunse  Gianluca

-E , mio caro, non so proprio a chi lasciare i bambini-risposi io.
Uelloche avevo desiderato per tanto tempo, era successo:mi aveva chiesto di
incontrarmci.E io…
Avevo rifuiutato subito, pensando che  provavo solo il desiderio di rivedere
Meshed, di stare con lui, di sentirmi rinascere donna ,viva e coinvolta nella
sua passione, risentendo quelle parole che solo lui sapeva dirmi.

Quindi  Sabato 15 scesii allaereoporto di Girona, . Nella sala dp’attesa lo
trovai , seduto sulla sua sacca blue da viaggio,smagrito in volti, gli occhi
sempre più scuri e grandi:era lì il mio ‘simile’, il mio ignoto-costante amore.
Meshed si alza in piedi, prende la mia valigia con gesto tenero e attento e ci
dirigiamo verso il bus che ci condurrà a Barcellona.,
al nostro residence nella Ciutad Viellia, di fronte alla Cattedrale.

Era tutto bianco adesso,di un bianco che penetrava i pensieri rendendoli vuoti,
ma era filnalmente il momento di volare,prendere le distanze,accelerare la fine
di un'agonia inutile.Lei aveva visto un mondo in lui,si era
capovolta,riscoperta,ma non era bastato.A volte gli amori più grandi muoiono nel
silenzio e l'altro non sente nemmeno che stiamo andando via, perchè in lui non
siamo mai arrivati. A VOLTE. Ma questa storia era sopravvissuta viva e limpida e
bianca, del biancore dell’ albra di era n ell’alba che stavo vivendo dopo la
mail. Ai luoghi, alla storia, ai cambiamenti di modo di vivere, a tutte le
trasformazione che il vivere ci propone.


Una partenza impercettibile, un bagaglio invisibile si spostava,un peso
vuoto..lei sentì il peso di quell'amore sciogliersi nel freddo del passi lungo
il parco deserto, bianco, di un cangiante quasi desolante.

Sentì il rumore dei suoi passii scacciare un piccolo sasso, sentì le sue mani
fredde,senza il riparo di guanti. Si sorprese del tempo che era rimasta
sola,senza tenerezza,senza essere accompagnata..perchè l'amore accompagna, è un
ballo dove uno guida l'altro..Non ti vedrò più, aveva pensato prima di ricevere
la mail, mentre gli alberi diventavano sempre più bianchi,come a sparire..poi 
sarebbe scesa la sera, e quel chiaro sarebbe rimasto un silenzio..e il profumo
degli alber  l'avrebbe stupita ancora, aperta alla vita..doveva solo camminare
adesso,senza girarsi,senza sentire fitte di nostalgia,doveva solo capire e
sentire ancora che tutto quell'amore e quel senso di poesia che l'aveva
travolta,sublimata, invasa,non era altro che un pezzetto della sua anima che si
raccontava da sola.

Ma ad un tratto una nota, una sensazione che solo lei poteva ascoltare, ed
arrivò tra i fiocchi bianchi, come una musica.

"Vieni, corri da me,aveva scritto  lui, e forse la voce interiore aveva tremato 
di una nostalgia non consapevole, perchè lui sicuramente non aveva capito ancora
niente mentre scriveva quelle parole,    memore solo dell'amore che si era
lasciato dietro ..

Lei sentì le labbra brucianti dalla febbre che si muovevano sul volto
bollente..era un sorriso, tenue, ma che faceva brillare gli occhi.
Sentì infiammarsi il corpo come sempre al suo pensiero, quella sensazione
struggente e calda dei sensi  che commossi e invasi da lui .
Non parlò, combattuta dai suoi discorsi a se stessa, dalle strategie da adottare
mai portate a termine, lei fatta di amore per lui.
Non voleva cambiare, cancellare.
Perchè diventare quella che non era, perchè andare, perchè fingere?
Un dito tra le labbra a trattenere la passione si disse, senza che lui sapesse:

verrò,Meshedì, sarò a girona, ,meshed. non ho dubbi
Ricominciarono  i soliti giorni a napoli,:l’asilo dei bambini, le mie lezioni
all’Università. Le antologie e il vocabolario con l’editore.
E le lunghe passeggiate per la Napoli vecchia, tra le locande, le pizzerie con
musica popolare,gestite da alcune mie amiche-sorelle.. Le lunghe notti passate a
dicutere sull’egemonia ei movimenti , sia quello femminista,che sulle
organizzazione del movimento studentesco.
-Ci vorrebbe iun partito, un’organizzazione centralizzata-diceva Teresa
- Eh già, ribatteva, Cristina, così ripercorriamo gli errori del Partito, che
già esiste e che non ha saputo interpretare le istanze del tutto nuove che
vevivano dalla base.

_Ma senza un centro, un’organizzazione-continuava Marisa,- i movimenti si
disperdono.Occorre una linea, una direzione!
_ma la linea c’è, ribatteva Cristina, è quella che ci siamo date al politecnico
mesi fa.

_Ma non è una linea, ribattei io, è un’idea., un’utopia. Certo è necessaria, ma
occorre anche una forma organizzativa, che magari un isca studenti, lavoratori e
movimentio femminista.
-WEh, brava, proprio il Partito…Ci manca sio,lo il Partito, proprio quello che
volevamo evitare..
_ E perché non un gruppo di noi che assorba e raccolga le istanze del movimento
…e magari un giornale che le diffonda?
Questa sembrava essere l’idea dominante di Cristina.
Continuavano così le nostre polemiche ogni giorno, senza una soluzione…. Ma
avremmo voluto trovarla, giungere a un accordo.

Intanto io pensavo che tra quindici giorni mi sarei trovata a Barcellona…che la
Palestinastava scomparendo, tra polemiche interne
E divisioni in fazioni, ma soprattutto Pensavo A Meshed, in esilio, senza
patria…E a noi, che mai avremmo avuto un’organizazione unitaria,
giusta,egualitaria. Noi che non ci saremmo liberate mai con tutte  queste
incertezze.

A Bologna l’editore sembrava molto soddisfatto del mio lavoro.
-Ha da fare questo week end, Laura.?
Mi era sempre piaciuto, così alto, biondo serio,colto ma anche dotato di una
sottile vena di humour.
-Potremmo vederci a ischia- aggiunse  Gianluca

-E , mio caro, non so proprio a chi lasciare i bambini-risposi io.
Uelloche avevo desiderato per tanto tempo, era successo:mi aveva chiesto di
incontrarmci.E io…
Avevo rifuiutato subito, pensando che  provavo solo il desiderio di rivedere
Meshed, di stare con lui, di sentirmi rinascere donna ,viva e coinvolta nella
sua passione, risentendo quelle parole che solo lui sapeva dirmi.

Quindi  Sabato 15 scesii allaereoporto di Girona, . Nella sala dp’attesa lo
trovai , seduto sulla sua sacca blue da viaggio,smagrito in volti, gli occhi
sempre più scuri e grandi:era lì il mio ‘simile’, il mio ignoto-costante amore.
Meshed si alza in piedi, prende la mia valigia con gesto tenero e attento e ci
dirigiamo verso il bus che ci condurrà a Barcellona.,
al nostro residence nella Ciutad Viellia, di fronte alla Cattedrale.



Credo che metteremo questo brano dopo Perugia. Invertamo l'Ordine. Dopo la
lettera un incontro il libricino su perugia e poi questo:

Non smettiamo mai di essere.,l'esistere è in noi: e noi ? noi siamo ciò che
vogliamo essere,sole o vento , acqua dolce o salata, fumo o acre sapore, siamo
solo ciò che il nostro io vede e non ciò che è.Siamo come respiro affannato che
appanna l'anima,come per nasconderla alla nostra vista o magari per scriverci
su..Scrivere rughe che, come solchi scavati sul viso,.trasportano il tempo
passato come in processione. Fili d'argento tra i capeli , come uno specchio
riflette i giorni indietro.,amari sorrisi che soffocano pianti
d'anima,.camuffati da falsi sorrisi ,che sfoggiamo a noi stessi :no,non si può
mentire a se stessi Ma soprattutto non si può lasciar entrare in noi ciò che noi
stessi rifiutiamo, l'età non esiste,.è solo uno stupido numero..E  il tempo?
esso altro non è che vento;siamo alberi.,alberi sempre verdi,i cui rami sono
sempre carichi di fiori a primavera e frutti in estate.


Frutti che se raccolti continuano a maturare.,frutti climaterici,che ,pur
staccati dal ramo, continuano la loro maturazione E sono così dolcida poterne
trarre il nettare più prezioso,perchè pensare a quando era legato al ramo? forse
se era pesca sul ramo ora non lo è più ?E se il suo era dolce sapore.,ora non lo
è più ?


Mostra a te il tuo vero volto.,donati un gesto d'amore, Laura,guardandoti con il
cuore e non con gli occhi;.è il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi.
E non è così difficile amare noi stessi,basta guardarsi dentro.,esplorare ogni
piccolo angolo della nostra anima,solo allora ameremo l'involucro della nostra
anima. Proprio come fosse non più involucro ma scrigno,e divenire respiro
entrando dentro il nostro profondo,scavando e estirpando il dolore per buttarlo
poi via E'questo è il dono più bello che possiamo fare a noi stessi.E    sarà
poi luminoso.guardarsi allo specchio e vedere l'infinito in noi
E' così facile amarsi...
E ora che ti ho cercato in tutti i fiori, le conchiglie, gli atomi
dell'universo, te lo psosso dire:Avevi ragione, mai la parola Fine. Non c'è
fine.
Hai una figlia Meshed, amato amore, e questa figlia sta crescendo ,germoglio del
nostro nocciuolo., bella libera, con tanti doni dentro, riflesso dello specchio
d'amore.
E donerà lei amore a Roberta,continuerà lei me e te, Noi.La vita ci ha donato
uesto. L'amore ci ha elargito Tutto. Ascolitiamo io lei e Roberta ,insieme, The
Shadow of your smile. L'ombra del tuo sorriso è tra di noi.



LA SAGRADA FAMILIA

Era tutto bianco adesso,di un bianco che penetrava i pensieri rendendoli vuoti,
ma era filnalmente il momento di volare,prendere le distanze,accelerare la fine
di un'agonia inutile.Lei aveva visto un mondo in lui,si era
capovolta,riscoperta,ma non era bastato.A volte gli amori più grandi muoiono nel



silenzio e l'altro non sente nemmeno che stiamo andando via, perchè in lui non
siamo mai arrivati. A VOLTE. Ma questa storia era sopravvissuta viva e limpida e



bianca, del biancore dell’ albra di era n ell’alba che stavo vivendo dopo la
mail. Ai luoghi, alla storia, ai cambiamenti di modo di vivere, a tutte le
trasformazione che il vivere ci propone.


Una partenza impercettibile, un bagaglio invisibile si spostava,un peso
vuoto..lei sentì il peso di quell'amore sciogliersi nel freddo del passi lungo
il parco deserto, bianco, di un cangiante quasi desolante.

Sentì il rumore dei suoi passii scacciare un piccolo sasso, sentì le sue mani
fredde,senza il riparo di guanti. Si sorprese del tempo che era rimasta
sola,senza tenerezza,senza essere accompagnata..perchè l'amore accompagna, è un
ballo dove uno guida l'altro..Non ti vedrò più, aveva pensato prima di ricevere
la mail, mentre gli alberi diventavano sempre più bianchi,come a sparire..poi
sarebbe scesa la sera, e quel chiaro sarebbe rimasto un silenzio..e il profumo
degli alber  l'avrebbe stupita ancora, aperta alla vita..doveva solo camminare
adesso,senza girarsi,senza sentire fitte di nostalgia,doveva solo capire e
sentire ancora che tutto quell'amore e quel senso di poesia che l'aveva
travolta,sublimata, invasa,non era altro che un pezzetto della sua anima che si
raccontava da sola.

Ma ad un tratto una nota, una sensazione che solo lei poteva ascoltare, ed
arrivò tra i fiocchi bianchi, come una musica.

"Vieni, corri da me,aveva scritto  lui, e forse la voce interiore aveva tremato
di una nostalgia non consapevole, perchè lui sicuramente non aveva capito
ancora niente mentre scriveva quelle parole,    memore solo dell'amore che si
era lasciato dietro ..

Lei sentì le labbra brucianti dalla febbre che si muovevano sul volto
bollente..era un sorriso, tenue, ma che faceva brillare gli occhi.
Sentì infiammarsi il corpo come sempre al suo pensiero, quella sensazione
struggente e calda dei sensi  che commossi e invasi da lui .
Non parlò, combattuta dai suoi discorsi a se stessa, dalle strategie da adottare



mai portate a termine, lei fatta di amore per lui.
Non voleva cambiare, cancellare.
Perchè diventare quella che non era, perchè andare, perchè fingere?
Un dito tra le labbra a trattenere la passione si disse, senza che lui sapesse:

verrò,Meshedì, sarò a girona, ,meshed. non ho dubbi
Ricominciarono  i soliti giorni a napoli,:l’asilo dei bambini, le mie lezioni
all’Università. Le antologie e il vocabolario con l’editore.
E le lunghe passeggiate per la Napoli vecchia, tra le locande, le pizzerie con
musica popolare,gestite da alcune mie amiche-sorelle.. Le lunghe notti passate a



dicutere sull’egemonia ei movimenti , sia quello femminista,che sulle
organizzazione del movimento studentesco.
-Ci vorrebbe iun partito, un’organizzazione centralizzata-diceva Teresa
- Eh già, ribatteva, Cristina, così ripercorriamo gli errori del Partito, che
già esiste e che non ha saputo interpretare le istanze del tutto nuove che
vevivano dalla base.

_Ma senza un centro, un’organizzazione-continuava Marisa,- i movimenti si
disperdono.Occorre una linea, una direzione!
_ma la linea c’è, ribatteva Cristina, è quella che ci siamo date al politecnico
mesi fa.

_Ma non è una linea, ribattei io, è un’idea., un’utopia. Certo è necessaria, ma
occorre anche una forma organizzativa, che magari un isca studenti, lavoratori e



movimentio femminista.
-WEh, brava, proprio il Partito…Ci manca sio,lo il Partito, proprio quello che
volevamo evitare..
_ E perché non un gruppo di noi che assorba e raccolga le istanze del movimento
…e magari un giornale che le diffonda?
Questa sembrava essere l’idea dominante di Cristina.
Continuavano così le nostre polemiche ogni giorno, senza una soluzione…. Ma
avremmo voluto trovarla, giungere a un accordo.

Intanto io pensavo che tra quindici giorni mi sarei trovata a Barcellona…che la
Palestinastava scomparendo, tra polemiche interne
E divisioni in fazioni, ma soprattutto Pensavo A Meshed, in esilio, senza
patria…E a noi, che mai avremmo avuto un’organizazione unitaria,
giusta,egualitaria. Noi che non ci saremmo liberate mai con tutte  queste
incertezze.

A Bologna l’editore sembrava molto soddisfatto del mio lavoro.
-Ha da fare questo week end, Laura.?
Mi era sempre piaciuto, così alto, biondo serio,colto ma anche dotato di una
sottile vena di humour.
-Potremmo vederci a ischia- aggiunse  Gianluca

-E h, mio caro, non so proprio a chi lasciare i bambini-risposi io.
quelloche avevo desiderato per tanto tempo, era successo:mi aveva chiesto di
incontrarci.E io…
Avevo rifuiutato subito, pensando che  provavo solo il desiderio di rivedere
Meshed, di stare con lui, di sentirmi rinascere donna ,viva e coinvolta nella
sua passione, risentendo quelle parole che solo lui sapeva dirmi.

Quindi  Sabato 15 scesii allaereoporto di Girona, . Nella sala dp’attesa lo
trovai , seduto sulla sua sacca blue da viaggio,smagrito in volti, gli occhi
sempre più scuri e grandi:era lì il mio ‘simile’, il mio ignoto-costante amore.
Meshed si alza in piedi, prende la mia valigia con gesto tenero e attento e ci
dirigiamo verso il bus che ci condurrà a Barcellona.,
al nostro residence nella Ciutad Viellia, di fronte alla Cattedrale.




CONTINUA SAGRADA FAMILIA

Ritrovarci, sentirci, avvertire i nostri corpi intersecarsi fu un attimo, una
scintilla improvvisa.
Poi la sua carezza sul mio viso, tutte le tenere carezze che mi sono tanto
mancate in questi lunghi mesi, purificarono subito tutti i dolori, le cicatrici
pregresse, le laceranti nostalgie, facendo scomparire tutte le perdite e i lutti

subiti.  Avevamo bisogno di questo, appunto, e il nostro stare insieme durò più
a lungo delle altre volte.
Ma sen tiamo anche il bisogno di portare fuori, tra la gente  il nostro
essere-noi, la nuova essenza, e di vedere insieme la bella ariosa città.
A>ndiamo, com’è di prammatica,. A visitare la chisa della Sagrada Familia, uno
dei simboli assoluti della città, nata dalla voltà di un importante uomo
d’affari  di espiare i peccati di una città che era stata atea e
repubblicana.Questa Chiesa doveva riassumere tutta la storia dell’architettura
legata  alla storia dell’umanità,infatti le parti più basse della costruzione
(rimasta incompleta) erano simili a incrostazioni  geologiche che si rifacevano
ai tempi della preistoria, fino a culminare nei firi modernisti, di
‘trecandis’,con cui culminavano le guglie. Sempre più in alto fino
all’elevazione delle guglie, e ai tre portali che rappresentano Fede Speranza e
Carità..
Sinceramente non avevo mai amato questo eccessi modernisti, di decorativismo 
grandioso, di deliri religiosi e visionari, questo barocchismo scultoreo  e
spettacolare. In realtà non mi comunicava niente, dsu di me non riverberava il 
rinomato ‘velluto’ elaborato, l’ombra delle  sue guglie e torri inclinate e
avvole nel mistero, in un sisegno poco puro, ma dettagliato all’estremo. Tutto
era immerso nel senso del peccato e dell’espiazione..
Adesso sì, avevamo Proprio bisogno di un bel bicchiere di vino bianco freddo..
Meshed prpose- Andiamo al Kasparo., ne sento la necessità e sorrise  in maniera 

dolce e complice.
Sotto i portici più appartati del Raval, ci rilassammo, ma cominciammo anche a
chiacchierare.
Meshed-chiesi io-sei sempre in giro. Ma quando potrai stabilirti a Ramallah?
-          Ma non hai letto Laura? Abu Mazen si ritirerà in Cisgiordania, mentre

gli Israeliani spingono gli americani a mantenere l’economia di Gaza a Livelli
bassissimi, un vero e proprio embargo, che ,nelle intenzioni di Netanyau non
dovrebbe determinare una emergenza umanitaria, che determinerebbe reazioni anti
israeliane. Intanto Hamas preme per far abbattere il muro, e i coloni continuano

a costruire nei territori occupati.
-          E tutto questo con l’appoggio di Olmart e di Rabin.
-          -Non ci sono molte speranze per adesso.
-          - No, rispose lui e lail suo viso si rabbuiò-.
-          -Lo so, meshed, ma in futuro cambierà, deve cambiare. Lo abbiamo
sempre sostenuto.
-          Forse dovrai essere tu e il tuo gruppo a creare la nuova leadeship,se

gli altri vostri conterranei
-          Non sono in grado di mettersi d’accordo….
-          Improvvisamente il suo bel viso si aprì ad un sorriso di speranza e
di nuova allegria.
-          _Laura , Barcellona non è la città che ha una vera tradizione di
flamenco, ma oggi al Teatro delle Ramblas c’èCortes, che è bravissimo e
innovatore. La musica poi è un melting pot di varie tradizioni spagnole, gitane
e anche jazz. Perché non andiamo?
-          -Cortes? Mi pace molto. Sì andiamo.
-          Lo spettacolo ci catturò con la sua danza e le coreografie di
seduzione, dolore, dramma e gioia insieme. . Eravamo contenti e incantati.
-          -E domani, mi ricordò il mio compagno- andremo all’auditorium a
sentire musica catalana, una pura musica tradizionale, molto suggestiva.
-          Adesso avvertivamo solo il desiderio di restare a guardarci e ad
ascoltare le nostre registrazioni di Fontessa, o di Keith Jarrett , in
un’atmosfera che ci facesse sentire sempre più vicini e inseparabili
Non mi angosciava l’idea del ritorno: avrei sempre trovato le tue mails,in cui
mi dicevi tutto di te, concludendo sempre alla stessa maniera ‘Finchè ci sarà
vita per noi, di noi.
Maa questa volta me la posi, ineludibile, la domanda che non avevo mai formulato

in me in tutti questi lunghi anni. Non la dissi, ma era  emersa improvvisamente
in me.
“Fino a quando Meshed? Fino a quando….?





Sull’isola c’è una strada costiera,che la gira tutta,stretta, spessa a picco sul

mare,altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette

di ghiaia, orlate di tamerici bruciate dal salino.

Da una di queste ti scrivo, col foglio appoggiato sulla borsa,perché il meriggio

e questa luce bianca mi invogliano a  farlo..

Mi  è venuto persino da pensare che questo luogo non esista,che sia la mia
memoria a raccogliere le immagini di Santorini, Sidi-bu Said,certi scorci della
cpsta asiatica di Istanbul, o di Creta.
Non è un luogo, è un buco nella rete,nella  rete a strascico,nella quale insisto

a cercare buchi.  Chenon ci sono.
Entro in mare pian piano con sensazione  panica e,  i sensi già disposti  a ciò

che il sole meridiano e l’azzurro e il sale marino e la solitudine richiedono, e

ti vedo lontano disteso,pronto a darmi quel senso di sicurezza che sempre mi
offri.
Nuoto al largo ,sapendo che non ci sei.
A l ritorno salgo verso una casa dalle persiane azzurre,tutta bianca nel
luccichio dei raggi.
Una donna mi fa entrare e lì sul terrazzo il mio tavolo azzurro,la sedia di
metallo e le arance.. Il mio tavolo, su cui appoggio le carte,  mi seggo e fumo
davanti al mare  ascoltando le voci che le onde portano.
E  c’è un  momento indistinto,che alcuni chiamano anastòle,col quale tutto
ricomincia perché il cerchio si chiude e si riapre,è quel momento quando non sai

esattamente chi sei , dove sei,perché ci sei.

Come quando si ferma un concerto di Mozart e  tu rimani lì in sospensione.
Può essere qualsiasi giorno della tua vita.
E il mio è lì su quella terrazza,dove rivedo il tuo viso mentre mi vieni
incontro.
Invece sei altrove e il tempo scorre per te come deve scorrere,nella casa
giusta,perché questo è il metro giusto del tempo ,della vita e del la parola.
Io al contrario ti scrivo da un tempo rotto frammentato. Mi è impossibile
raccogliere i pezzi in questo circolo in cui continuo a girare: le dimensioni si

sono invertite, ciò che era solo ricordo è diventato  presente e ciò che davvero

dovrei essere lo scorgo di lontano, aspettando di rientrarvi.
Perciò  ti mando un cenno impossibile da questa casa,da questa riva. E vorrei
dirti che le rive non esistono, ma solo il mare , la navigazione,e il  nuoto. La

mia riva sei tu.  Ma a che serve dirtelo?

Il mio viaggio si è fatto allegro vivace,da quando ieri sera,prima di
addormentarmi,ho trovato quel libro  nel mio comodino,in quell’albergo vicino
Cartagine, dove c’era un grande terrazzo  di copertura con tavolini bianchi .

Trovare un libro in un posto sconosciuto,che parla della tua vita,o sembra
parlarne,mi ha fatto capire che stavo percorrendo la strada in senso inverso,un
viaggio di ritorno. Mare azzurro, mare piccolino, cantava la donna nei quartieri

di Napoli,mentre nel  mio cellulare  trovavo una serie di sms  tra i quali uno
sembrava tuo. E sono sceso per strada, dove ero già stato ascoltando una canzone

già sentita( che ora è?)  ‘voc’e notte’.
Mare grande, mare azzurro, è davvero immenso amore,ma la luna non c’era
ancora,c’era una striscia violetta sull’orizzontee che cangiava sull’orizzonte,
mentre una luce ambrata illuminava le rovine d’oro di Cartagine.
E sono tornato indietro, verso la ia casa, dove forse ci sarai ancora tu,che
avrai fatto ,come me,
il tuo viaggio di ritorno.

Vorrei proprio scriverti una lettera un girono, una lettera totale, e penso a
come sarebbe se te la scrivessi.
E attraversandogli oscuri  strati di lava e di argilla che la vita ha
sedimentato su tutto,essa ti direbbe che  sono ancora io e che mantengo i
sogni,    e poi ti direi di certe notti in cui parlavamo a l cafè  de Flores
,intorno, nella calma meridiana, che il palmeto è cresciuto,che è bello
stendersi sulla sdraio candida,mentre leggo dolce e chiara è la notte e senza
vento, e il mio cuore reagisce come una volta ai suoni e ai colori, che
riattizzo la brace del camino come sempre.
E ti direi di certe notti trascorse a parlare al l’Hotel luna di Amalfi, o sulla

terrazza col tavolo blu si Santorini, o in quel caffè di Arles,che sembra
descritto da Van gogh. ,oppure del locale a palafitte sul lago d’Averno, il mio
lago color d’indaco, dove il tempo sembra essersi fermato.
E ti direi guarda che tutto il tempo che è trascorso, che sembra aver formato
uno strato di granito impenetrabile, non esisterà più, non sarà un ostacolo,
quando tu leggerai la lettera che ti devo e che ti scriverò, puoi starne
certo,te lo prometto.
Ed è una lettera che tutti dovrebbero scrivere alle persone care amate perdute,
e che se anche scriviamo sempre storie, diari, appunti, non abbiamo anccora
scritto.
Una lettera che farebbe tornare da noi le voci disperse nel vento.



Questa è la lunga mail che ricevetti, al ritorno da Sidi Bu Said:
-            “Mi vien da pensare ai sogni folli dell’umanità, ai loro grandi
odi. La storia mediorientale continua a raccontarsi e a peggiorare gli equilibri

dei popoli.
-            Gli ebrei, nelle loro lunghe peregrinazioni, persecuzioni, diaspore

hanno sempre conservato un atteggiamento internazionalista,che li ha fatti
stiomare e apprezzare da  tutti. E con questo spirito di grandi profughi, che
si  stabilivano nei vari paesi con amore per la cultura di chi li ospitava, sono

nati i grandi sperimentatori, filosofi scienziati, scrittori, poeti.
Una parte di loro ha sempre inseguito il sogno di un paese descritto negli
antichi testi sacri. La Terra Promessa da Dio duemila anni fa.
Dopo le persecuzioni e l’olocausto, una gran parte di loro ha sentito l’esigenza

di stabilirsi nella terra di Palestina.

I Palestinesi, popolo di contadini e pescatori ,videro questa gente che veniva
da altre terre a comprare terreni, case.E cedettero così di far vivere
meglio,con maggiore benessere i loro fgli, acanto a questo popolo sofferente  e
disposto a creare kibbuz, comunità miste, che sembravano un utopia realizzata in

quella terra. Poi tutto si è trasformato in un incubo Il grande sogno
dell’umanità era di vedere due stati, o anche uno solo di popoli che convivevano

pacificamente, con le loro tradizioni, le diverse religioni, in uno stato laico
e democratico., cn capitale Gerusalemme, la città sacra a tre religioni.  Non è
stato così. Sarà così.
Oggi i Palestinesi vivono male, chiusi in una stretta e piccola striscia di
terra.,sempre più piccola, perché i coloni israeliani estendono sempre oltre le
loro case e terren i. Un grande muro li divide da Israele.

Finchè è stato in vita Arafat hanno vissuto nella speranza di riprendere parte
dei territori. C’è stata l’Intifada, manifestazione di lotta di popolo che
lanciava sassi, poi,com’è sempre prevedibili nei territori soffocati, alcune
frange estremiste islamiche hanno attuato gesti di terrorismo ni vari luoghi del

nuovo stato d’Israele. Arafat,oltre ad essere un combattente , era anche un
grande diplomatico, che poteva trattare con molti stati.
Ma non c’è stata più pace tra i due popoli.  Non è stato così, ma sarà così.
E’ giusto, è la speranza degli uomini che non conoscono il fanatismo. Due popoli

che si riconoscono come cittadini di due stati indipendenti.
Ci vuole coraggio a far sopravvivere un piccolo sogno:una terra da coltivare,
l’istituzione di scuole ospedali, case, leggi, parlamenti, istituzioni e , il
sogno di divenire popolo.
Per i palestinesi significa avere uno stato, un focolare, una casa etutto quel
che serve al popolo.

Ma i piccoli sogni, senza eserciti, né grandi potenze, grandi guerre
internazionali, appoggi esterni sono i più difficili da realizzare. L’umanità
ama ancora le grandi epopee,le grandi religioni, le grandi guerre,gli imperi.

Fino a quando? “

Lessi e rilessi questa mail, con entusiamo, perché rispecchiava le mie idee,
quelle stesse per cui Meshed era  perseguitato e costretto a rifugiarsi in vari
paesi.

A volte i pacifisti quelli che lottano per il proprio popolo sono più
perseguitati degli altri. Sono più scomodi.

Stretto a me, hai volato dalla primavera all'inverno, chiuso nel caldo del mio
cuore attento a te,piccola piuma preziosa. Mi sono tenuta forte al tuo blu
mentre cadevo e la terra mi risucchiava insieme ai vermi miseri e freddi della
vita. Mi sei sembrato angelo di luce, regalo e volo nell'ascesa che mi mancava e

mi sono cantata canzoni mute che ancora dovrò inventarmi, anche se sono stanca e

infreddolita,ormai alla fine di un viaggio così faticoso in salita,su pareti
ripide di disagio. Sono stata forte e coraggiosa,ho rubato leggerezza e peso
agli uccelli che in ogni mattino di estate mi hanno svegliata, ed era bello
aprire gli occhi perchè esisti tu.

. É silenzio anche in me che potevo gridare, e anche lo sguardo non brilla 
Questo Natale mi ha portato questa lettera di un amore che  io ho
cantato,voluto,sentito. Dono lieve questa rassegnazione che mi benedice, brucio
nel fuoco anche io insieme a tutte le mie lettere d'amore
La mail mi diceva altre cose, anche di speranza, ma di una speranza così
lontana, che mi sembrava di affogare.
Non mi parlava di incontri, di Noi, ma dei suo Sogno che ra anche il mio.
Non mi bastava. Volevo date, partenze. Poesie. Volevo incontrarlo.  Capivo che
era in gravi difficoltà.
E allora gli scriisi questa poesia e cliccai su Invia.

Non ti regalerò casa immagini cristalli puri
Corpi,vite essenze sogni
Io ti darò un giorno.
Possibilità perenne
Vissuto pieno
Assoluto di luce,
Da bere in coppa di fiume
Argentea avvolta in un foglio puro.

Giorno, chiarità
Splendore di vita
Fatto di tessuti stellari
Di raggi perenni.

Un giorno solo, pienezza donata.
Chiudi gli occhi,
ora puoi
dormire.                                                                       
                                                       



Dopo quindici giorni ricevetti un’altra mail.
Appuntamento a Barcellona-Girona ore 17, imbraco n. … Sabato prossimo.. LOVE
Era questa la mail che volevo rficevere.
Risposi solo: “ok. LOVE”


 


SIBI DU SAIB

Ti ricordi di me? Mi domanda
Mi levo gli occhiali da sole e lo guardo: è lui,sì
_ Se mi ricordi dove ci siamo visti…., continuiamo la nostra conversazione in
francese. Lentamente mi appare qualche flash, Istanbul, la Basilica
Cisterna…Ah,sì, l’archeologo, ricordavo i luoghi della città, dove spesso
andavo, ma non lui, non bene.
Dev’essere passato tanto tempo, forse Roberta non era ancora nata.
Ma allora non avevo notato quegli occhi lucidi e sorridenti..
-stasera andremo a cenare al  Cafè Sidi chabanne, vi farò provare un couscous, 
con aromi particolari e le uova ricoperte di bianco fantastiche.
Lo guardo incuriosita, così  magro nell sua camicia di lino bianco senza
colletto.La pelle ambrata  lo sguardo splendente sotto il sole. Elegante,
snello, certamente simpatico. Arabo, non c’è dubbio, e il suo francese indicava
l’origine tunisina o della costa mediterranea. E anche di modi
occidentali,disinvolto, sembrava un turista come noi.
Lo sguardo di Hèlène era fisso su di lui:era evidente che le piaceva.
Ci salutammo, noi turisti, che avevamo solo il desiderio di impiegare il tempo 
in giri, visite nei posti più belli, nuotate. Siamo bravissime io e Hèlène a
perdere tempo, a stare coi piedi sospesi nell’acqua bevendo un vicchiere di
Blanc de Blanc gelato.
Chiacchieriamo sedute sulla riva del mare e lei mi spiega che il nome della
persona che avevamo incontrato era Meshed,Adesso ricordo!
Al ritorno da Istanbul, parecchi anni fa,
Un giorno vidi una foto su un giornale:il presidente dell’autorità palestinese
(...), con la famiglia. Quel ragazzo sorridente accanto al padre era Marc
Non ti ho mandato la lettera scritta prima di partire, non ero pronta.
Ma ero stanca, troppo lavoro, troppe responsabilità. Volevo una vacanza.  Scelsi
Sidi bu Said  icino Tunisi. Così a caso.
Sì ricordo ora, ma non si chiamava Marc

Ero lì a nuotare nelle acque azzurroverdi del mare tunisino e sentii una voce :
_Nous voyons ce soir.
Adesso riconoscevo quella voce, quel tono vagamente ironico.
Continuai a nuotare. Poi mi ritirai nella mia bella camera sul mare.

Lo rividi a cena ai bordi della grande piscina. Accanto a me Hèlène. Questa
volta lo sapevo, non sarei fuggita. Lo vidi subito in piedi accanto a me, che
riempiva quel vuoto che c’era sempre stato, e mi salutava e mi sorrideva come se
ci fossimo lasciati il giorno prima..
Mi alzai e mi guidasti tu…la fiamma c’era,avevi ragione tu,non si vive
altrimenti. C’è bisogno almeno di una scintilla accesa. Ma tu non lo sapevi
allora di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato, facevi così
obbedendo alla legge della vita.
Chi è vivo cerca la vita,la fiamma,là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto,la tua bocca fu l’arca in cui la mia anima salì per salvarsi e il tuo
fiato il mio respiro. Così è stato.
Non si sa quanto dura,due creature si confondono e questo è il mistero. Ma in un
angolo oscuro c’è sempre un abisso stretto. Ebbi l’impressione di precipitare,
ma non mi fermai

lMeshed doveva stare sempre in hotel, mentre il padre e Arafat erano a Tunisi in
riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle uscire.
Per la sera successiva propose: Andremo a cenare sulla terrazza di Sidi 
Chabaanne, da dove vedrete un paesaggiod’incanto.
Andremo Meshed con i tuoi amici italiani, a cenare con spezie arabe , gusteremo
il vero couscous e le uova bianche, a bere il Blanc de blanc che somiglia tanto
all’Ambra d’Ischia.  Mi sembra di tornare ragazza, con tanto tempo libero,
rilassata, pronta a cogliere l’hic et nunc, le cose più belle che quella terra
mi offriva. E avremmo sentito anche la musica Malouf, guardato le opere di I
brahim Dhahak, che apparteneva all’E’cole des artists di Tunis.
Ma non eri uno studioso di mosaici bizantini e non toi chiamavi marc?ora ti
guardo coi tuoi jeans e la camicia candida: un giovane uomo che non ha una
fisionomia che mi colpisca particolarmente, un volto da ricordare e per cui
provare  qualcosa di

Intenso.
Ma Hèlène ti osseva presa da una malia che non conosco. Lei sa…chi è Meshed.
Io ricordo quel ragazzo che mi accompagnò a Santa sofia

Ora Hèlène ti osserva mentre tu ci racconti le tradizioni berbere,della
poligamia che è stata rifiutatada molti popoli arabi. Sorridendo ci raccontavi
anche delle battute di Pertini, ma che hai a che fare col nostro presidente. E
Col Guercino che ritreae Didone suicida con la spada, e come sai tante cose del
nostro paese?



su  quella terrazza di Sidi bu Said; seduti sotto le stelle , ci sembrava
ssurdo temere qualcosa.

Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi,dove comprai un o scatolo di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Paul e i
venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii un
lieve turbamento in lui.
Trascorse una settimana, eppure mi sembrò di vivere in un vuoto di tempo. La
felicità fa anche questi effetti,cancella il tempo e i pensieri. In quel vuoto
c’eravamo solo noi due.
Solo l’ultima sera prima della mia partenza cominciò a parlarmi dei suoi studi a
L’E’cole des hautes études di Parigi, dei progetti sociali per quella che
sarebbe stata la sua patria,che allora non poteva chiamare ancora così. Progetto
di scuole comunità, ospedali ,case. Progetti si socialismo avanzato. Annuivo
.sì, sarebbe stato così, ne ero certa. Era il grande sogno dell’umanità che si
sarebbe realizzato in  terra palestinese, nel niuovo stato
. Ho ricevuto questo dono,Paul, di amarti, e questo sogno che sa d’utopia, ma
che è sempre stato il mio.
L’amore così era completo assoluto. Sarei partita per i miei impegni di madre e
di lavoro. Ma ormai c’eravamo, noi due, e c’eravamo per sempre.


Al ritorno, il solito lavoro, gli impegni di sempre, le preoccupazioni della
vita di una madre. Ma ogni giorno Paul telefonava, o inviava una lettera
postale, o una email.
Non è passato mai un momento della mia vita che mi abbia fatto mancare un
messaggio. Le sue lettere mi facevano immaginare gli altri luoghi in cui ci
saremmo incontrati. E sempre mi seguiva, ,invisibile, mi era alle spalle mentre
scrivevo, mentre facevo il bagno ai bambini, sapeva tutto di me, e le sue parole
erano d’un’intensità profonda.




SIBI BU SAID – 2° PARTE

Apro la porta finestra su un’alba di luce untensa,appena appena velata da una
nebbiolina. L’alba della Tunisia,. Tra poco il sole avrebbe fatto esplodere la
sua luce forte limpida, vivida. 

E’ capitato finalmente, era ancora un grumo di benessere, l’intuizione di un
amore nascente, la sensazione del mio corpo vivo forte, risvegliato da un amore
mai sentito nel sangue così. Sensazione fisica del mio modo di percepire
l’incontro come donna. Il rispetto di me delle mie percezioni, del mio
riappropriarmi di una passione forte,dlla mia istintualità.

Meshed era nella sua camera, ma io sapevo che non sarebbe più andato via dal mio
corpo e dalla mia mente
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
In piscina trovo già Helène distesa sul lettino,stesa al sole, quasi
addormentata. Mi seggo sulla sdraio accanto a lei.
Sembra rapita, non comprendo il suo umore,né tristo, né allegro.
Bonjour mo amie…!
E cominciamo a parlare, così ,come se non avessimo che da scambiarci saluti e
formalità
Poi le esclama:
Eh, Laura, ho capito cos’è successo
Cerco ancora di nascondere il lmio segreto, non sono neanche sicura sia
successo.
Credo che tu abbia avuto una serata e movimentata.
Helène, la più vera, la più bella della mia vita.
Mi fa oiacere Laura, anche se in fondo sono un po’ gelosa!
Helène nulla si può decidere in questi fatti pulsionali, irrazionali. E’
successo e basta. Era così che doveva andare.
Ma tu sai chi è Meshed alias Marc’
No, so solo che l’ho incontrato anni fa a l pera hotel e che abbiamo fatto un
giro per Istanbul. E’ un archeologo, mi pare.
Forse, ma è il figlio del braccio destoro di Arafat. Il padre è qui a Tunisi per
una riunione, ma preferisce che il figlio dorma in un altro hotel, per timore di
attentati.
Sai Meshed vive in Italia, il padre rappresenta l’autoriytà palestinese
all’estero.
Può essere pericoloso stare con lui, allora?
Laura e lo dici proprio tu,’la pasionaria’, la combattente? Hai paura. ?
Adesso ho una figlia Helène.
Allora cerca di stare attenta, e non farti vedere in giro con lui.
Ok, seguirò il tuo consiglio.
E per tutta risposta andai il giorno dopo alla Mdina con Marc, alla ricerca di
una scatola di scacchi da regalare a mio figlio.
La mattina avevo trovato un messaggio lirico sul dispy del mio telefonino:
Io voglio te per il grano e il fulmine,
sula pelle accesa,
voglio i petali che germinarono in furia
e labbra di pesco rosa,
la quiete di pance in riposo
brucianti di sole.

Mi manca il selciato bagnato di lacrima,
il balcone che attende l’onda e la schiuma

tale è la vita,
tu cammini nell’autunno scuro,
ormai giunto, con scarpe leggere
e cintura di metallo,
mentre la nebbia della stagione
avvolge i sassi
corri con quelle tue scarpe leggere,

Sali scale, distruggi la carta
che copre le porte
Entra nel sole in aria di pugnali
Sdraiato airone di neve su un corpo

L’ora perenne corre lungo la vena
Nell’attesa di grovigli di tempo
Trascorriamo la notte con parole


Ci vediamo nella hall alle 10?


Anche poeta, sorrisi tra di me.

Allora sì, ero lì alle 10  e gli chiedo se può accompagnarmi alla mdina di
Tunisi.

Ma certo, andiamo.
Chiamò il taxi e i trovammo davanti alla monumentale Mdina.
Ti sento, ti vedo, aspiro il tuo odore, ricordo tutto di ieri. Ti ho incontrato
e non te ne andare mai.
Saliamo per le viuzze piene di negozi, di bancarelle colorate di spezie. In un
negozio di oggetti di legna entriamo, accolti da sorrisi luminosi, ci offrono un
thè. Meshed abbraccia come fratelli i maschi. La donna col velo ci porta il thè.
Sembra a suo agio. Parlano in arabo e mi viene presentata una scacchiera un po’
rozza, in legno lucido di olivo. Mi piace la prendo. Il mio Francesco sarà
contento.

Dpo aver abbracciato tutti  M.esce con me.Io ho una preziosa scatoletta con me.
Altri giorni passeremo insieme,altre notti, ma non vivremo mai assieme. Io col
mio lavoro e i miei figli, tu con il tuo impegno politico e sociale.
Ed è bene sia così. Non vedrai mai la mia stanchezza la mia malinconia, non
proveremo noia per una cena consumata in fretta, per pensieri non condivisi,non
litigheremo per fatti domestici e banali. Saremo sempre insieme,ci vedremo
sempre,collegati da un filo molto forte,di cui hai in mano il capo.
Io ho deciso.
Lasciarmi uno spazio,che poi vale tutta una vita,di serenità,gi felicità,di
scperta,di fascinazione, di segreto misterioso legame.
Ho scelto te.
Chi ha fato questa offerta di sé  e chi per inciso sei tu? Tu,l’altro. E io ti
sto dando il mio amore, ma cosa è di preciso?
Tu stai donando qualcosa che non sei capace di dire e queste cose non
indicibile, che non passano attraverso il razionale, si servono di presagi, di
un fondo enigmatico e non emerso.
Il filo l’ho dato a te, o mio Teseo. Non perderlo mai.
Vuoi venire a Roma con me, mi dice all’improvviso.
No, non posso, adesso ,ale ritorno, ho un libro da consegnare, poi mi devo
occupare della scuola dei miei figli.
Ma ci vedremo a settembre, a Baercellona, aereoporto di Girona.
Stabiliamo le date, l’ora.
E’ così che deve andare
Poi devo andare a New York per un master, aggiunge M.





prima parte. risveglio a sidi bu said. Hoel el said

Questa è la prima parte di sidi bu said. Forse c'è poco da rivedere.

Ma l'incontro a Istanbul, intero, di paul o Marc e laura ce l'hai?  Metti
all'inizio Marc poi Meshed come nomi.
Le poesie sono inviate in mails eo sms
Baci

Cerco di recuparare il materiale, ma non so se ce l'hai
Baci



La luce entra dalla porta finestra aperta sul giardino inondato di luce,
circondato di gelsomini, buganvillee. Al centro una strada piastrellata bianca e
blu immetteva in uno spazio- comn piscina e lettini . Mi avvio col mi quaderno e
respiro a fondo.
Sono ancora  in questo paese,dopo molti anni, la mia bimba nuota già veloce con
movimenti  equilibrati e cooordinati.
Mi piace quando nuota: si sente libera nell’acqua e  appare concentrata, felice.
Apro la porta finestra su un’alba di luce untensa,appena appena velata da una
nebbiolina. L’alba della Tunisia,. Tra poco il sole avrebbe fatto esplodere la
sua luce forte limpida, vivida. 

E’ capitato finalmente, era ancora un grumo di benessere, l’intuizione di un
amore nascente, la sensazione del mio corpo vivo forte, risvegliato da un amore
mai sentito nel sangue così. Sensazione fisica del mio modo di percepire
l’incontro come donna. Il rispetto di me delle mie percezioni, del mio
riappropriarmi di una passione forte,dlla mia istintualità.

Meshed era nella sua camera, ma io sapevo che non sarebbe più andato via dal mio
corpo e dalla mia mente
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
In piscina trovo già Helène distesa sul lettino,stesa al sole, quasi
addormentata. Mi seggo sulla sdraio accanto a lei.
Sembra rapita, non comprendo il suo umore,né tristo, né allegro.
Bonjour mo amie…!
E cominciamo a parlare, così ,come se non avessimo che da scambiarci saluti e
formalità
Poi le esclama:
Eh, Laura, ho capito cos’è successo
Cerco ancora di nascondere il lmio segreto, non sono neanche sicura sia
successo.
Credo che tu abbia avuto una serata e movimentata.
Helène, la più vera, la più bella della mia vita.
Mi fa oiacere Laura, anche se in fondo sono un po’ gelosa!
Helène nulla si può decidere in questi fatti pulsionali, irrazionali. E’
successo e basta. Era così che doveva andare.
Ma tu sai chi è Meshed alias Marc’
No, so solo che l’ho incontrato anni fa a l pera hotel e che abbiamo fatto un
giro per Istanbul. E’ un archeologo, mi pare.
Forse, ma è il figlio del braccio destoro di Arafat. Il padre è qui a Tunisi per
una riunione, ma preferisce che il figlio dorma in un altro hotel, per timore di
attentati.
Sai Meshed vive in Italia, il padre rappresenta l’autoriytà palestinese
all’estero.
Può essere pericoloso stare con lui, allora?
Laura e lo dici proprio tu,’la pasionaria’, la combattente? Hai paura. ?
Adesso ho una figlia Helène.
Allora cerca di stare attenta, e non farti vedere in giro con lui.
Ok, seguirò il tuo consiglio.
E per tutta risposta andai il giorno dopo alla Mdina con Marc, alla ricerca di
una scatola di scacchi da regalare a mio figlio.
La mattina avevo trovato un messaggio lirico sul dispy del mio telefonino:
Io voglio te per il grano e il fulmine,
sula pelle accesa,
voglio i petali che germinarono in furia
e labbra di pesco rosa,
la quiete di pance in riposo
brucianti di sole.

Mi manca il selciato bagnato di lacrima,
il balcone che attende l’onda e la schiuma

tale è la vita,
tu cammini nell’autunno scuro,
ormai giunto, con scarpe leggere
e cintura di metallo,
mentre la nebbia della stagione
avvolge i sassi
corri con quelle tue scarpe leggere,

Sali scale, distruggi la carta
che copre le porte
Entra nel sole in aria di pugnali
Sdraiato airone di neve su un corpo

L’ora perenne corre lungo la vena
Nell’attesa di grovigli di tempo
Trascorriamo la notte con parole


Ci vediamo nella hall alle 10?


Anche poeta, sorrisi tra di me.

Allora sì, ero lì alle 10  e gli chiedo se può accompagnarmi alla mdina di
Tunisi.

Ma certo, andiamo.
Chiamò il taxi e i trovammo davanti alla monumentale Mdina.
Ti sento, ti vedo, aspiro il tuo odore, ricordo tutto di ieri. Ti ho incontrato
e non te ne andare mai.
Saliamo per le viuzze piene di negozi, di bancarelle colorate di spezie. In un
negozio di oggetti di legna entriamo, accolti da sorrisi luminosi, ci offrono un
thè. Meshed abbraccia come fratelli i maschi. La donna col velo ci porta il thè.
Sembra a suo agio. Parlano in arabo e mi viene presentata una scacchiera un po’
rozza, in legno lucido di olivo. Mi piace la prendo. Il mio Francesco sarà
contento.

Dpo aver abbracciato tutti  M.esce con me.Io ho una preziosa scatoletta con me.
Altri giorni passeremo insieme,altre notti, ma non vivremo mai assieme. Io col
mio lavoro e i miei figli, tu con il tuo impegno politico e sociale.
Ed è bene sia così. Non vedrai mai la mia stanchezza la mia malinconia, non
proveremo noia per una cena consumata in fretta, per pensieri non condivisi,non
litigheremo per fatti domestici e banali. Saremo sempre insieme,ci vedremo
sempre,collegati da un filo molto forte,di cui hai in mano il capo.
Io ho deciso.
Lasciarmi uno spazio,che poi vale tutta una vita,di serenità,gi felicità,di
scperta,di fascinazione, di segreto misterioso legame.
Ho scelto te.
Chi ha fato questa offerta di sé  e chi per inciso sei tu? Tu,l’altro. E io ti
sto dando il mio amore, ma cosa è di preciso?
Tu stai donando qualcosa che non sei capace di dire e queste cose non
indicibile, che non passano attraverso il razionale, si servono di presagi, di
un fondo enigmatico e non emerso.
Il filo l’ho dato a te, o mio Teseo. Non perderlo mai.
Vuoi venire a Roma con me, mi dice all’improvviso.
No, non posso, adesso ,ale ritorno, ho un libro da consegnare, poi mi devo
occupare della scuola dei miei figli.
Ma ci vedremo a settembre, a Baercellona, aereoporto di Girona.
Stabiliamo le date, l’ora.
E’ così che deve andare
Poi devo andare a New York per un master, aggiunge M.



Vedo da lontano Hèlène,che poi si affianca a d un lettino vuoto e mi indica il
posto.
-Bonjour Héléne, vous aussi ici?
-Bonjour mon amie, c’èst le lieu plus agéeabrle du monde
-Oui Héléne, je retrouve moi meme ici.
J’aime tout ca.
-Est-ce que tu connais cet Homme-là?
Io guardo un giovane uomo, di trent’anni circa, forse di più,magrissimo, dalla
pelle ambrata, magrissimo,con I capelli ricci e scuri, una vera testa di arabo.
Eppuere mi sembrava di averlo già visto da qualche parte, forse gli avevo anche
parlato.
-No,non. Je ne le connaids pas
Continuiamo a Parlare, io e Hèlène, lei reduce da una dolorosa separazione, io
libera, di nuovo single,con la mia bambina intenta a parlare con una ragazza,.
Ma  di nuovo  noi due, due donne con desiderio di socializzare in maniera molto
selettiva, e io con tanta voglia di scrivere, nuotare ,parlare con lei.
La mia amica mi parla ancora del suo compagno, si sente che soffre ancora, che
non ha elaborato la perdita.
Io ,invece le parlo del mio nuovo stato d’animo, libero, sereno,senza legami,
della mia figlietta allegra e dolcissima.
No, mai più Hèlène,mai più storie comlicate che iniettano semi di
sofferenza,incontri sì abbandoni all’altro,sentirsi vivi nel mare negli odori di
sidi bu said.
-Andiamo stasera al Cafè de Nattes?-propone Hèlène
Certamente,è una tappa imperdibile.



ULTIMA PARTE DELLA LETTERA

Passeggiata a Sidi
Caffè De Nattes, Marc che parla di Klee e kandisnski.




Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai
a nuotare.

All’ora di cena, vicino alla grande piscina, ti vidi e questa volta no, non
sarei fuggita. Eri lì in piedi, accanto a me, riempiendo il vuoto che c’era
sempre stato, salutandomi e sorridendomi come se il tempo si fosse fermato. Mi
sono alzata e tu mi hai guidato . . . la fiamma c’era, avevi ragione.

NOTE IMPORTANTI
Qui vanno inserite due parti, che sono connesse, tutta la parte di sidi bu said,
Apro la finestra sul giardino piastrellato e  Poi paaso dei giorni con lui e
Hèlène.  Riapro la finestra dopo esser stata con lui. I discorsi su Paul Klee e
gli artisti che andavano a Sidi Bu Said. Poi La mdeina Cartagine.

C’ anche il cafè De nattes.Le cene col cuscus…
E sul periodo a Napoli c’è di più…..
Hai ricevuto tutto.?
Fammi sapere se ti mancano.



Altra parte La luce entra dalla porta finestra…
Allora tu non lo sapevi di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato,
facevi così obbedendo alla legge della vita.


Chi è vivo cerca la vita, la fiamma, là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto, la tua bocca fu l’arca dove la mia anima salì per salvarsi, il tuo
fiato, il mio respiro.  Così è stato.
Non si sa quanto dura, due creature si confondono e questo è il mistero. Ma c’é
sempre una zona oscura, un abisso stretto. Provai paura, paura di precipitare
nel vuoto, ma l’avrei affrontata.
Meshed, era così che si chiamava, doveva stare sempre in hotel, mentre il padre
e Arafat erano a Tunisi in riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle
uscire.

Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said: seduti  sotto le stelle. Ci
sembrava assurdo  temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi, dove comprai una scatola di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Meshed e
i venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii
un lieve turbamento in lui.
Trascorse una settimana, eppure mi sembrò di vivere in un vuoto di tempo. La
felicità fa anche questi effetti, cancella il tempo e i pensieri. In quel vuoto,
in quel posto c’eravamo solo noi due.
Solo l’ultima sera prima della mia partenza cominciò a parlarmi dei suoi studi a

L’École des hautes études di Parigi, dei progetti sociali per quella che sarebbe
stata la sua patria, ma che non  poteva chiamarla ancora così.

Progetto di scuole, comunità, ospedali e case. Progetti di socialismo avanzato.
Annuivo. Sì, sarebbe stato così, ne ero certa. Era il grande sogno dell’umanità
che si sarebbe realizzato in quella terra.
Ho ricevuto questo dono, Meshed, di amarti, e questo sogno che sa d’utopia, ma è
sempre stato il mio.
L’amore così era completo, assoluto. Sarei partita per i miei impegni di madre e
di lavoro. Ma ormai c’eravamo noi due, per sempre.
Al ritorno, il solito lavoro, gli impegni di sempre, le preoccupazioni della
vita di una madre. Ma ogni giorno Meshed telefonava, o spediva una lettera, o
scriveva una mail. 

Non è mai passato un momento della mia vita in cui lui mi abbia fatto mancare un
messaggio. Le sue lettere mi facevano immaginare gli altri luoghi in cui ci

saremmo incontrati. E sempre mi seguiva, invisibile, era sempre con me anche
quando scrivevo, facevo il bagno ai bambini, sapeva tutto di me. Le sue parole
erano d’un’intensità profonda.

E  ci incontravamo ovunque fosse possibile: a Roma, a Napoli, a Parigi a
Bruxelles, ad Atene, in Libano . . .
Non c’è posto che non ci abbia visti insieme per brevi o lunghi periodi.
Per anni e anni, mentre i bambini erano a Procida con mia madre o a Napoli,
abbiamo sentito la gioia dell’incontro e l’improvviso vuoto dell’assenza.
Eravamo specialisti nell’arte di incontrarci partire, ritrovarci. Come acrobati
del trapezio ci sembrava di essere sempre insieme, anche quando ci proiettavamo
soli nel vuoto.
Talvolta sentivo, o forse avvertivo, una perdita, una lontananza. Ma lui non
sembrò mai  entrare nell’abisso, e non saprò mai se ci è stato talvolta. Forte
sicuro di sé, camminava verso il futuro, e il presente e il futuro erano la sua
terra e me. 

Poi scoprimmo skype e potremmo scriverci e vederci in diretta. Ma la situazione
peggiorava in Palestina: cominciavano i massacri, le invasioni dei carri armati
israeliani, l’estensione dei coloni.  Il famoso muro. Per mesi non avevo più
notizie. Poi compariva all’improvviso a casa, nel mio giardino. 

Qualcosa stava cambiando nel mio aspetto e nel suo. Il tempo era impazzito, ci
faceva tornare indietro nella memoria, fare balzi paurosi in avanti. Mai ho
pensato che non ci saremmo più visti, fino a quando ho ricevuto quella lettera
col video da un sedicente amico. Forse era questo il momento vero dell’assenza,
forse era scomparso, rapito, ferito, morto.
Poi la sensazione di vuoto crebbe e tutto di lui cominciò a mancarmi. Ora che
non povevo più incontrarlo, ora che forse se n’era andato, potevo dirgli la
verità, la mia verità, che amavo le sue mani, il suo viso, i piedi il cuore la
mente e che tutto di lui mi mancava.  (qui si potrebbe inserire “Il Dono”)
Spesso mi sono avviata nella stanza da letto, e mi sono distesa dal suo lato
suo, ma non c’era nessuno. La paura allora scacciò il sonno. Mi consolai
dicendomi che l’avrei ritrovato in sogno. Per questo dovevo dormire anche se il
sonno non mi avrebbe mai appagato.
Un mese fa mi è giunta una mail brevissima, sempre di un amico, un altro che mi
dava appuntamento a Istanbul al Kaffeehaus. Ho segnato la data, l’ora e
l’albergo.

Andrò, anche se forse è un brutto scherzo, anche se forse lui non c’è più. Ma
andrò, non per rivederlo ma per risentire l’aria del ponte, vedere il Corno
d’oro pieno di luce. Anche per sentire  fino in fondo la sua assenza. E perché
la speranza  non è caduta in quel vuoto.

Tornata a casa, mia madre mi presenta una busta grande. L’incartamento del
divorzio. Non mi meraviglio. Anni fa,tornata dalla clinica, posai sul pavimento
un dono prezioso, un porte-enfant con una neonata. Ero felice, ma udii la voce
severa e sostenuta di Enrico, che mi rimproverava: “Io non volevo una famiglia.
Anzi ti comunico che mi sono innamorato di un’altra, alla Rai, e vado via. Ma
chiamami se hai bisogno di me”.
L’altro bambino nell’altra stanza giocava contento nel suo box. Io gli risposi:
“Io, non ho bisogno di nulla.” Lo guardai sbalordita.
Chi era quest’uomo, forse non lo avevo amato, questo Enrico, padre dei miei
figli, che avevo sposato perché mi sembrava dolce educato e tenero?
Questo che ora mi accoglieva a casa,dopo un parto, con parole inaspettate. Ne è
passato di tempo da allora. Il tempo di vivere una storia con una persona amata,
potente, ricca, molto innamorata. Ma una storia vissuta all’estero, una volta
all’anno, che mi gratificava e mi faceva sognare.
Ecco davanti a me l’incartamento del divorzio, telefono al mio avvocato: “Non si
preoccupi”, mi dice, “sua figlia è invalida, abbiamo la documentazione, avrà
quello che le spetta.”
Non ci avevo pensato. Già quello che mi spetta da una persona che non vedevo più
da anni e che era il padre dei miei due figli. La sentenza esecutiva mi assegna
gli alimenti per me e per i figli.

Sono in aeroporto, sto scrivendo sotto la luce  biancastra  di una lampada al
neon. Un uomo seduto vicino a me, con in mano una bicchiere di vino, mi osserva
stranito. Forse cerca di capire le emozioni che mi spingono a scrivere in questo
luogo di partenze e arrivi. Ma dal mio volto, chiuso  dialogo col foglio, non
ne percepisce nessuna.. All'apparenza è uno straniero, forse un  informatico,
che per qualche motivo si trova, oggi, qui. Un uomo che beve vino bianco
italiano e mi guarda, mentre mi avventuro nel precipizio del mio amore per te,
che oggi
.non è taciturno, ma parla, strepita, canta, inveisce. L'amore è talvolta
violento, ma
.

può essere forte e solido ,e forgiare catene.
E potrei descrivertele tutte, una ad una, ma oggi cerco il vero volto del mio
amore per te,  diverso da quelli che ho conosciuto. Tanto diverso, che a volte
mi sembra che sia un genio o un demone. Se ogni amore ha una propria musica, il
nostro risuona stranamente in dissionananze schonbergiane.. È un amore privo di
vibrazioni, non rimanda echi, ha piuttosto la potenza silenziosa della forza di
attrazione di una calamita. Com'è nato, lo ricordi, il nostro amore? E il nostro
primo incontro?
L'uomo si è alzato. Si allontana barcollando leggermente: hanno
annunciato il suo volo. Forse torna a casa. Io, però, non torno a casa, vado in
un luogo che mi è familiare, ma non è casa mia. Ora una voce chiama anche me, il
mio volo parte. Mi avvio, mentre il crepuscolo colora di ocra le forme
geometriche di questo aeroporto, verso il grande ventre

che mi terrà in volo. In aria mi viene sempre una certa sonnolenza, e non ha a
che fare con la paura, ma con una sensazione che amo, quella di essere dentro a
un grembo,
  in uno spazio assoluto, separato da tutto.
Apro il libro che ho con me, ma non leggo, guardo le parole come fossero 
immagini che scorrono sulla pagina; non lettere
Non ho voglia di leggere. Continuo il
mio colloquio silenzioso con te.
Da certi  segnali  di    visionarietà direi che la mia mente è femminile: è
femminile una mente che vaga indecisa nel fluire del desiderio e della memoria? 
Uo’intuizione che spazia, sempre in contraddizione con se stessa? Incline al
sogno più che ai progetti reali, ma capace

di visioni e di  dettagli raziocinanti?
Ho nostalgia  anche quando mi sei accanto e mi abbracci. Ma non credo sia come
dici tu: che, esistano due tipi d’amore, uno pulsionale sano, e uno dipendente,
sofferente, masochista.
. Amore è sempre ferita e taglio, sconvolgimento della persona. Il caso che ci
ha avvicinato potrebbe riprendere a girare nel senso della distanza. Nel cosmo
ci sono due forze opposte: una tende verso il centro, l’altra è centrifuga, e
vaga nomade.

Entro in una libreria, giro distratta tra i banchi e gli scaffali, finché mi
attrae il titolo di un cd The Shadow of your smile. Sarà perché mi sento fin
troppo piena d'ombre, ma non resisto lo prendo, mi dirigo alla cassa e, dopo
aver pagato, lo infilo veloce in borsa. Non mi sento più sola, mi avvio
all'albergo contenta, quasi avessi con me un talismano o un compagno, un amico
che mi consolerà nella notte inquieta che mi aspetta.
In un libro mi è capitato a volte anche di riconoscermi, come e più di uno
specchio, mi ha spesso offerto l'immagine della mia anima. Accadrà  anche
sentendo la nostra canzone? Entro nelle lenzuola e nelle pagine  di un libro in
francese e prendo il largo nell'avventura nel, pericoloso labirinto attraverso
la notte.
Stanotte cadere in quell'immensa assenza di me, che è il sonno, mi spaventa.
Vorrei una mano che tenesse la mia. Darei la mano a qualcuno, come da piccola la
davo a mio padre, quella gioia sicura della protezione, ecco, cosa vorrei.

Mi ero ripromessa di scriverti una lettera. E in effetti te la dovevo quella
lettera. Ci ho pensato in tutti questi anni, anche in giro per città
sconosciute; scrivevo poesie, appunti, aforismi. Tutti facevano parte della
lettera che dovevo inviarti.
Lungo boulevard Jourdan, presso uno degli ingressi della Cité Universitaire, c’è
un café che molti anni fa ero solita frequentare. Ieri ci sono arrivata,
passeggiando di primo mattino, a quel piccolo café di una volta. E l’ho trovato,
non era cambiato per nulla: gli stessi volti giovanili,  gli sguardi  lucidi di
studenti che studiano  in quel luogo, fino a quando non chiude il caffè. Ora si
vestono in maniera diversa; la musica che ascoltano è anch’essa differente, alla
moda di oggi. All’ultimo piano , nella Sezione Nostalgia,si possono ascoltare le
canzoni dei miei anni verdi: Pétite Fleur, Boris Vian, Léo Ferré. Ho pensato :
de la musique avant toute chose. E mi sei venuto in mente tu. Ho cominciato a
prendere appunti sul mio tavolino, ma tu eri lì dinnanzi alla mia testa china.
Forse, adesso, ero pronta a scriverti quella famosa lettera . . .

Quella notte, senza dirti niente, sono partita usando quel biglietto ‘aperto’
che mi regalasti tempo prima. Adesso, dopo tanto tempo, sono qui, provo  a
riempire con parole scritte il vuoto che ci divide i. Ma ti devo una
spiegazione, il perché quella notte mi fossi allontanata da te, senza dir nulla.
Avevo fatto un sogno tetro, una bambina recitava una cantilena, no, era una
preghiera “Angelo di Dio, che sei il mio custode, proteggimi e custodiscimi...”.
La bambina, ad un tratto, si guardò allo specchio dell’armadio: era una piccolo
angelo custode alle spalle di una  donna inginocchiata, teneva le ali aperte e
forse la proteggeva .  Il volto  era di una bambina con gli occhi scuri e le
treccine nere. Ma il viso era di una vecchia e le ali erano prive  di piume.

Presi il cellulare, dovevo chiamare mia figlia! E alle prime luci dell’alba, con
in mano il mio biglietto ‘aperto’, ero già sul molo.

Non ti avevo detto nulla, né del sogno, né della mia bambina, tu mi avevi
promesso un’altra vita, tutti i miei sogni si sarebbero realizzati grazie a te.
Sull’aliscafo decisi che non sarei tornata a casa ma sarei andata a Parigi.
Davanti a me avevo un’altra vita, d’ora in poi sarebbe stata piena di cure e di
attenzioni verso colei che amavo più di me stessa. Avrei viaggiato solo con lei,
mia figlia, la mia vita.

Quella lettera non l’ho più scritta, sono passati tanti anni ormai. Ora ho
raccolto tutti i frammenti di pensieri, poesie, parole e li ho messi insieme
riempiendo gli spazi vuoti e, alla fine, ti ho detto tutto. Il vuoto è stato
colmato e non resta che spedirla. Ma non mi aspetto nulla da te, neanche una
risposta.
E’ passata una settimana. Solo in una stanza, un uomo, dietro una finestra, ha
una lettera in mano. Io vedo la scena, so che la leggerà. E’ in piedi, come nel
quadrofiammingo; . Il capo è leggermente chino, la faccia tesa, concentrata
sulle parole che lo legano alle pagine. È evidente che non si aspettava quella
lettera lunga, troppo lunga, che lo travolge con un inondazione di emozioni. La
donna che scrive lo coinvolge così interamente dentro la propria vita, che lui
si sente soffocare.
Ogni tanto guarda fuori la finestra. Riconosce il dono che lei gli sta facendo,
la grande generosità dell’analisi spietata di sé.. Ma l’uomo non sa se potrà
farsene qualcosa di un cuore nudo, non è detto che di una donna sia proprio
quella parte a interessargli. Eppure quella lettera è un rischio
, lo sente. É sconvolto. A un tratto si rasserena: le parole che legge lo
avviluppano in una rete, lo ammaliano. Come  Ulisse catturato dalle voci delle
Sirene, ha paura, ma vuole sentirle, assaporarle tutte, a una a una. Così
hoimmaginata la scena di te che leggevi.  Ma non è stato così. Tutto è andato
diversamente da come avevo previsto: quella lettera non l’hai mai ricevuta.
il destino, o il caso, ha agito in altro modo, contrario e in direzione
opposta.

Ho ricevuto io una tua lettera, alcuni giorni dopo, che mi ha sorpresa e
commossa e che ha immesso nella mia vita una nuova speranza, una certa insolita
allegria.
“Mia dolce e carissima donna, anzi, amatissima donna: amatissima, e non
carissima. Mentre ti scrivo,parole affollano la mia mente, come quando si resta
imprigionati in un sogno: le tue spalle, che ti circondo , le parole che mi
sussurri all’orecchio, la conversazione notturna ,  le risate simultanee, , il
tuo modo di toccarmi i capelli. E queste immagini che ti descrivo, amatissima,
sono nostalgia, perché nessuno potrà ridarmi quello che ho lasciato colare tra
le dita degli anni, nessuno potrà

restituirci ciò che abbiamo perduto . Ma forse lo ritroveremo, questo tempo
perduto, mio dolce amore, io so che lo ritroveremo. Oggi sono sicuro che questo
piacere continuerà per sempre. Ho solo il piccolo disappunto che domani, in
questa festa  dell’entrata di  giugno, non vedremo insieme l’oro del grano
maturo che si vedono da questa finestra. Ma capisco che non puoi venire, perché
forse

stai scrivendo ancora quel racconto e . Ti aspetto dunque la sera del dieci
giugno.
Il tempo per me si è fermato,credo”



risveglio a sidi bu said. Hoel el sai

La luce entra dalla porta finestra aperta sul giardino inondato di luce,
circondato di gelsomini, buganvillee. Al centro una strada piastrellata bianca e

blu immetteva in uno spazio- comn piscina e lettini . Mi avvio col mi quaderno e

respiro a fondo.
Sono ancora  in questo paese,dopo molti anni, la mia bimba nuota già veloce con
movimenti  equilibrati e cooordinati.
Mi piace quando nuota: si sente libera nell’acqua e  appare concentrata, felice.

Apro la porta finestra su un’alba di luce untensa,appena appena velata da una
nebbiolina. L’alba della Tunisia,. Tra poco il sole avrebbe fatto esplodere la
sua luce forte limpida, vivida. 

E’ capitato finalmente, era ancora un grumo di benessere, l’intuizione di un
amore nascente, la sensazione del mio corpo vivo forte, risvegliato da un amore
mai sentito nel sangue così. Sensazione fisica del mio modo di percepire
l’incontro come donna. Il rispetto di me delle mie percezioni, del mio
riappropriarmi di una passione forte,dlla mia istintualità.

Meshed era nella sua camera, ma io sapevo che non sarebbe più andato via dal mio

corpo e dalla mia mente
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
In piscina trovo già Helène distesa sul lettino,stesa al sole, quasi
addormentata. Mi seggo sulla sdraio accanto a lei.
Sembra rapita, non comprendo il suo umore,né tristo, né allegro.
Bonjour mo amie…!
E cominciamo a parlare, così ,come se non avessimo che da scambiarci saluti e
formalità
Poi le esclama:
Eh, Laura, ho capito cos’è successo
Cerco ancora di nascondere il lmio segreto, non sono neanche sicura sia
successo.
Credo che tu abbia avuto una serata e movimentata.
Helène, la più vera, la più bella della mia vita.
Mi fa oiacere Laura, anche se in fondo sono un po’ gelosa!
Helène nulla si può decidere in questi fatti pulsionali, irrazionali. E’
successo e basta. Era così che doveva andare.
Ma tu sai chi è Meshed alias Marc’
No, so solo che l’ho incontrato anni fa a l pera hotel e che abbiamo fatto un
giro per Istanbul. E’ un archeologo, mi pare.
Forse, ma è il figlio del braccio destoro di Arafat. Il padre è qui a Tunisi per

una riunione, ma preferisce che il figlio dorma in un altro hotel, per timore di

attentati.
Sai Meshed vive in Italia, il padre rappresenta l’autoriytà palestinese
all’estero.
Può essere pericoloso stare con lui, allora?
Laura e lo dici proprio tu,’la pasionaria’, la combattente? Hai paura. ?
Adesso ho una figlia Helène.
Allora cerca di stare attenta, e non farti vedere in giro con lui.
Ok, seguirò il tuo consiglio.
E per tutta risposta andai il giorno dopo alla Mdina con Marc, alla ricerca di
una scatola di scacchi da regalare a mio figlio.
La mattina avevo trovato un messaggio lirico sul dispy del mio telefonino:
Io voglio te per il grano e il fulmine,
sula pelle accesa,
voglio i petali che germinarono in furia
e labbra di pesco rosa,
la quiete di pance in riposo
brucianti di sole.

Mi manca il selciato bagnato di lacrima,
il balcone che attende l’onda e la schiuma

tale è la vita,
tu cammini nell’autunno scuro,
ormai giunto, con scarpe leggere
e cintura di metallo,
mentre la nebbia della stagione
avvolge i sassi
corri con quelle tue scarpe leggere,

Sali scale, distruggi la carta
che copre le porte
Entra nel sole in aria di pugnali
Sdraiato airone di neve su un corpo

L’ora perenne corre lungo la vena
Nell’attesa di grovigli di tempo
Trascorriamo la notte con parole


Ci vediamo nella hall alle 10?


Anche poeta, sorrisi tra di me.

Allora sì, ero lì alle 10  e gli chiedo se può accompagnarmi alla mdina di
Tunisi.

Ma certo, andiamo.
Chiamò il taxi e i trovammo davanti alla monumentale Mdina.
Ti sento, ti vedo, aspiro il tuo odore, ricordo tutto di ieri. Ti ho incontrato
e non te ne andare mai.
Saliamo per le viuzze piene di negozi, di bancarelle colorate di spezie. In un
negozio di oggetti di legna entriamo, accolti da sorrisi luminosi, ci offrono un

thè. Meshed abbraccia come fratelli i maschi. La donna col velo ci porta il thè.

Sembra a suo agio. Parlano in arabo e mi viene presentata una scacchiera un po’
rozza, in legno lucido di olivo. Mi piace la prendo. Il mio Francesco sarà
contento.

Dpo aver abbracciato tutti  M.esce con me.Io ho una preziosa scatoletta con me.
Altri giorni passeremo insieme,altre notti, ma non vivremo mai assieme. Io col
mio lavoro e i miei figli, tu con il tuo impegno politico e sociale.
Ed è bene sia così. Non vedrai mai la mia stanchezza la mia malinconia, non
proveremo noia per una cena consumata in fretta, per pensieri non condivisi,non
litigheremo per fatti domestici e banali. Saremo sempre insieme,ci vedremo
sempre,collegati da un filo molto forte,di cui hai in mano il capo.
Io ho deciso.
Lasciarmi uno spazio,che poi vale tutta una vita,di serenità,gi felicità,di
scperta,di fascinazione, di segreto misterioso legame.
Ho scelto te.
Chi ha fato questa offerta di sé  e chi per inciso sei tu? Tu,l’altro. E io ti
sto dando il mio amore, ma cosa è di preciso?
Tu stai donando qualcosa che non sei capace di dire e queste cose non
indicibile, che non passano attraverso il razionale, si servono di presagi, di
un fondo enigmatico e non emerso.
Il filo l’ho dato a te, o mio Teseo. Non perderlo mai.
Vuoi venire a Roma con me, mi dice all’improvviso.
No, non posso, adesso ,ale ritorno, ho un libro da consegnare, poi mi devo
occupare della scuola dei miei figli.
Ma ci vedremo a settembre, a Baercellona, aereoporto di Girona.
Stabiliamo le date, l’ora.
E’ così che deve andare
Poi devo andare a New York per un master, aggiunge M.



Vedo da lontano Hèlène,che poi si affianca a d un lettino vuoto e mi indica il
posto.
-Bonjour Héléne, vous aussi ici?
-Bonjour mon amie, c’èst le lieu plus agéeabrle du monde
-Oui Héléne, je retrouve moi meme ici. J’aime tout ca.
-Est-ce que tu connais cet Homme-là?
Io guardo un giovane uomo, di trent’anni circa, forse di più,magrissimo, dalla
pelle ambrata, magrissimo,con I capelli ricci e scuri, una vera testa di arabo.
Eppuere mi sembrava di averlo già visto da qualche parte, forse gli avevo anche
parlato.
-No,non. Je ne le connaids pas
Continuiamo a Parlare, io e Hèlène, lei reduce da una dolorosa separazione, io
libera, di nuovo single,con la mia bambina intenta a parlare con una ragazza,.
Ma  di nuovo  noi due, due donne con desiderio di socializzare in maniera molto
selettiva, e io con tanta voglia di scrivere, nuotare ,parlare con lei.
La mia amica mi parla ancora del suo compagno, si sente che soffre ancora, che
non ha elaborato la perdita.
Io ,invece le parlo del mio nuovo stato d’animo, libero, sereno,senza legami,
della mia figlietta allegra e dolcissima.
No, mai più Hèlène,mai più storie comlicate che iniettano semi di
sofferenza,incontri sì abbandoni all’altro,sentirsi vivi nel mare negli odori di

sidi bu said.
-Andiamo stasera al Cafè de Nattes?-propone Hèlène
Certamente,è una tappa imperdibile.



ULTIMA PARTE DELLA LETTERA

Questa è l'ultima parte della lettera Rivista da me



Passeggiata a Sidi
Caffè De Nattes, Marc che parla di Klee e kandisnski.




Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai

a nuotare.

All’ora di cena, vicino alla grande piscina, ti vidi e questa volta no, non
sarei fuggita. Eri lì in piedi, accanto a me, riempiendo il vuoto che c’era
sempre stato, salutandomi e sorridendomi come se il tempo si fosse fermato. Mi
sono alzata e tu mi hai guidato . . . la fiamma c’era, avevi ragione.

NOTE IMPORTANTI
Qui vanno inserite due parti, che sono connesse, tutta la parte di sidi bu said,

Apro la finestra sul giardino piastrellato e  Poi paaso dei giorni con lui e
Hèlène.  Riapro la finestra dopo esser stata con lui. I discorsi su Paul Klee e
gli artisti che andavano a Sidi Bu Said. Poi La mdeina Cartagine.

C’ anche il cafè De nattes.Le cene col cuscus…
E sul periodo a Napoli c’è di più…..
Hai ricevuto tutto.?
Fammi sapere se ti mancano.



Altra parte La luce entra dalla porta finestra…
Allora tu non lo sapevi di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato,
facevi così obbedendo alla legge della vita.


Chi è vivo cerca la vita, la fiamma, là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto, la tua bocca fu l’arca dove la mia anima salì per salvarsi, il tuo
fiato, il mio respiro.  Così è stato.
Non si sa quanto dura, due creature si confondono e questo è il mistero. Ma c’é
sempre una zona oscura, un abisso stretto. Provai paura, paura di precipitare
nel vuoto, ma l’avrei affrontata.
Meshed, era così che si chiamava, doveva stare sempre in hotel, mentre il padre
e Arafat erano a Tunisi in riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle
uscire.

Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said: seduti  sotto le stelle. Ci
sembrava assurdo  temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi, dove comprai una scatola di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Meshed e
i venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii
un lieve turbamento in lui.
Trascorse una settimana, eppure mi sembrò di vivere in un vuoto di tempo. La
felicità fa anche questi effetti, cancella il tempo e i pensieri. In quel vuoto,

in quel posto c’eravamo solo noi due.
Solo l’ultima sera prima della mia partenza cominciò a parlarmi dei suoi studi a


L’École des hautes études di Parigi, dei progetti sociali per quella che sarebbe

stata la sua patria, ma che non  poteva chiamarla ancora così.

Progetto di scuole, comunità, ospedali e case. Progetti di socialismo avanzato.
Annuivo. Sì, sarebbe stato così, ne ero certa. Era il grande sogno dell’umanità
che si sarebbe realizzato in quella terra.
Ho ricevuto questo dono, Meshed, di amarti, e questo sogno che sa d’utopia, ma è

sempre stato il mio.
L’amore così era completo, assoluto. Sarei partita per i miei impegni di madre e

di lavoro. Ma ormai c’eravamo noi due, per sempre.
Al ritorno, il solito lavoro, gli impegni di sempre, le preoccupazioni della
vita di una madre. Ma ogni giorno Meshed telefonava, o spediva una lettera, o
scriveva una mail. 

Non è mai passato un momento della mia vita in cui lui mi abbia fatto mancare un

messaggio. Le sue lettere mi facevano immaginare gli altri luoghi in cui ci

saremmo incontrati. E sempre mi seguiva, invisibile, era sempre con me anche
quando scrivevo, facevo il bagno ai bambini, sapeva tutto di me. Le sue parole
erano d’un’intensità profonda.

E  ci incontravamo ovunque fosse possibile: a Roma, a Napoli, a Parigi a
Bruxelles, ad Atene, in Libano . . .
Non c’è posto che non ci abbia visti insieme per brevi o lunghi periodi.
Per anni e anni, mentre i bambini erano a Procida con mia madre o a Napoli,
abbiamo sentito la gioia dell’incontro e l’improvviso vuoto dell’assenza.
Eravamo specialisti nell’arte di incontrarci partire, ritrovarci. Come acrobati
del trapezio ci sembrava di essere sempre insieme, anche quando ci proiettavamo
soli nel vuoto.
Talvolta sentivo, o forse avvertivo, una perdita, una lontananza. Ma lui non
sembrò mai  entrare nell’abisso, e non saprò mai se ci è stato talvolta. Forte
sicuro di sé, camminava verso il futuro, e il presente e il futuro erano la sua
terra e me. 

Poi scoprimmo skype e potremmo scriverci e vederci in diretta. Ma la situazione
peggiorava in Palestina: cominciavano i massacri, le invasioni dei carri armati
israeliani, l’estensione dei coloni.  Il famoso muro. Per mesi non avevo più
notizie. Poi compariva all’improvviso a casa, nel mio giardino. 

Qualcosa stava cambiando nel mio aspetto e nel suo. Il tempo era impazzito, ci
faceva tornare indietro nella memoria, fare balzi paurosi in avanti. Mai ho
pensato che non ci saremmo più visti, fino a quando ho ricevuto quella lettera
col video da un sedicente amico. Forse era questo il momento vero dell’assenza,
forse era scomparso, rapito, ferito, morto.
Poi la sensazione di vuoto crebbe e tutto di lui cominciò a mancarmi. Ora che
non povevo più incontrarlo, ora che forse se n’era andato, potevo dirgli la
verità, la mia verità, che amavo le sue mani, il suo viso, i piedi il cuore la
mente e che tutto di lui mi mancava.  (qui si potrebbe inserire “Il Dono”)
Spesso mi sono avviata nella stanza da letto, e mi sono distesa dal suo lato
suo, ma non c’era nessuno. La paura allora scacciò il sonno. Mi consolai
dicendomi che l’avrei ritrovato in sogno. Per questo dovevo dormire anche se il
sonno non mi avrebbe mai appagato.
Un mese fa mi è giunta una mail brevissima, sempre di un amico, un altro che mi
dava appuntamento a Istanbul al Kaffeehaus. Ho segnato la data, l’ora e
l’albergo.

Andrò, anche se forse è un brutto scherzo, anche se forse lui non c’è più. Ma
andrò, non per rivederlo ma per risentire l’aria del ponte, vedere il Corno
d’oro pieno di luce. Anche per sentire  fino in fondo la sua assenza. E perché
la speranza  non è caduta in quel vuoto.

Tornata a casa, mia madre mi presenta una busta grande. L’incartamento del
divorzio. Non mi meraviglio. Anni fa,tornata dalla clinica, posai sul pavimento
un dono prezioso, un porte-enfant con una neonata. Ero felice, ma udii la voce
severa e sostenuta di Enrico, che mi rimproverava: “Io non volevo una famiglia.
Anzi ti comunico che mi sono innamorato di un’altra, alla Rai, e vado via. Ma
chiamami se hai bisogno di me”.
L’altro bambino nell’altra stanza giocava contento nel suo box. Io gli risposi:
“Io, non ho bisogno di nulla.” Lo guardai sbalordita.
Chi era quest’uomo, forse non lo avevo amato, questo Enrico, padre dei miei
figli, che avevo sposato perché mi sembrava dolce educato e tenero?
Questo che ora mi accoglieva a casa,dopo un parto, con parole inaspettate. Ne è
passato di tempo da allora. Il tempo di vivere una storia con una persona amata,

potente, ricca, molto innamorata. Ma una storia vissuta all’estero, una volta
all’anno, che mi gratificava e mi faceva sognare.
Ecco davanti a me l’incartamento del divorzio, telefono al mio avvocato: “Non si

preoccupi”, mi dice, “sua figlia è invalida, abbiamo la documentazione, avrà
quello che le spetta.”
Non ci avevo pensato. Già quello che mi spetta da una persona che non vedevo più

da anni e che era il padre dei miei due figli. La sentenza esecutiva mi assegna
gli alimenti per me e per i figli.

Sono in aeroporto, sto scrivendo sotto la luce  biancastra  di una lampada al
neon. Un uomo seduto vicino a me, con in mano una bicchiere di vino, mi osserva
stranito. Forse cerca di capire le emozioni che mi spingono a scrivere in questo

luogo di partenze e arrivi. Ma dal mio volto, chiuso  dialogo col foglio, non
ne percepisce nessuna.. All'apparenza è uno straniero, forse un  informatico,
che per qualche motivo si trova, oggi, qui. Un uomo che beve vino bianco
italiano e mi guarda, mentre mi avventuro nel precipizio del mio amore per te,
che oggi
.non è taciturno, ma parla, strepita, canta, inveisce. L'amore è talvolta
violento, ma
.

può essere forte e solido ,e forgiare catene.
E potrei descrivertele tutte, una ad una, ma oggi cerco il vero volto del mio
amore per te,  diverso da quelli che ho conosciuto. Tanto diverso, che a volte
mi sembra che sia un genio o un demone. Se ogni amore ha una propria musica, il
nostro risuona stranamente in dissionananze schonbergiane.. È un amore privo di
vibrazioni, non rimanda echi, ha piuttosto la potenza silenziosa della forza di
attrazione di una calamita. Com'è nato, lo ricordi, il nostro amore? E il nostro

primo incontro?
L'uomo si è alzato. Si allontana barcollando leggermente: hanno
annunciato il suo volo. Forse torna a casa. Io, però, non torno a casa, vado in
un luogo che mi è familiare, ma non è casa mia. Ora una voce chiama anche me, il

mio volo parte. Mi avvio, mentre il crepuscolo colora di ocra le forme
geometriche di questo aeroporto, verso il grande ventre

che mi terrà in volo. In aria mi viene sempre una certa sonnolenza, e non ha a
che fare con la paura, ma con una sensazione che amo, quella di essere dentro a
un grembo,
  in uno spazio assoluto, separato da tutto.
Apro il libro che ho con me, ma non leggo, guardo le parole come fossero 
immagini che scorrono sulla pagina; non lettere
Non ho voglia di leggere. Continuo il
mio colloquio silenzioso con te.
Da certi  segnali  di    visionarietà direi che la mia mente è femminile: è
femminile una mente che vaga indecisa nel fluire del desiderio e della memoria? 

Uo’intuizione che spazia, sempre in contraddizione con se stessa? Incline al
sogno più che ai progetti reali, ma capace

di visioni e di  dettagli raziocinanti?
Ho nostalgia  anche quando mi sei accanto e mi abbracci. Ma non credo sia come
dici tu: che, esistano due tipi d’amore, uno pulsionale sano, e uno dipendente,
sofferente, masochista.
. Amore è sempre ferita e taglio, sconvolgimento della persona. Il caso che ci
ha avvicinato potrebbe riprendere a girare nel senso della distanza. Nel cosmo
ci sono due forze opposte: una tende verso il centro, l’altra è centrifuga, e
vaga nomade.

Entro in una libreria, giro distratta tra i banchi e gli scaffali, finché mi
attrae il titolo di un cd The Shadow of your smile. Sarà perché mi sento fin
troppo piena d'ombre, ma non resisto lo prendo, mi dirigo alla cassa e, dopo
aver pagato, lo infilo veloce in borsa. Non mi sento più sola, mi avvio
all'albergo contenta, quasi avessi con me un talismano o un compagno, un amico
che mi consolerà nella notte inquieta che mi aspetta.
In un libro mi è capitato a volte anche di riconoscermi, come e più di uno
specchio, mi ha spesso offerto l'immagine della mia anima. Accadrà  anche
sentendo la nostra canzone? Entro nelle lenzuola e nelle pagine  di un libro in
francese e prendo il largo nell'avventura nel, pericoloso labirinto attraverso
la notte.
Stanotte cadere in quell'immensa assenza di me, che è il sonno, mi spaventa.
Vorrei una mano che tenesse la mia. Darei la mano a qualcuno, come da piccola la

davo a mio padre, quella gioia sicura della protezione, ecco, cosa vorrei.

Mi ero ripromessa di scriverti una lettera. E in effetti te la dovevo quella
lettera. Ci ho pensato in tutti questi anni, anche in giro per città
sconosciute; scrivevo poesie, appunti, aforismi. Tutti facevano parte della
lettera che dovevo inviarti.
Lungo boulevard Jourdan, presso uno degli ingressi della Cité Universitaire, c’è

un café che molti anni fa ero solita frequentare. Ieri ci sono arrivata,
passeggiando di primo mattino, a quel piccolo café di una volta. E l’ho trovato,

non era cambiato per nulla: gli stessi volti giovanili,  gli sguardi  lucidi di
studenti che studiano  in quel luogo, fino a quando non chiude il caffè. Ora si
vestono in maniera diversa; la musica che ascoltano è anch’essa differente, alla

moda di oggi. All’ultimo piano , nella Sezione Nostalgia,si possono ascoltare le

canzoni dei miei anni verdi: Pétite Fleur, Boris Vian, Léo Ferré. Ho pensato :
de la musique avant toute chose. E mi sei venuto in mente tu. Ho cominciato a
prendere appunti sul mio tavolino, ma tu eri lì dinnanzi alla mia testa china.
Forse, adesso, ero pronta a scriverti quella famosa lettera . . .

Quella notte, senza dirti niente, sono partita usando quel biglietto ‘aperto’
che mi regalasti tempo prima. Adesso, dopo tanto tempo, sono qui, provo  a
riempire con parole scritte il vuoto che ci divide i. Ma ti devo una
spiegazione, il perché quella notte mi fossi allontanata da te, senza dir nulla.

Avevo fatto un sogno tetro, una bambina recitava una cantilena, no, era una
preghiera “Angelo di Dio, che sei il mio custode, proteggimi e custodiscimi...”.

La bambina, ad un tratto, si guardò allo specchio dell’armadio: era una piccolo
angelo custode alle spalle di una  donna inginocchiata, teneva le ali aperte e
forse la proteggeva .  Il volto  era di una bambina con gli occhi scuri e le
treccine nere. Ma il viso era di una vecchia e le ali erano prive  di piume.

Presi il cellulare, dovevo chiamare mia figlia! E alle prime luci dell’alba, con

in mano il mio biglietto ‘aperto’, ero già sul molo.

Non ti avevo detto nulla, né del sogno, né della mia bambina, tu mi avevi
promesso un’altra vita, tutti i miei sogni si sarebbero realizzati grazie a te.
Sull’aliscafo decisi che non sarei tornata a casa ma sarei andata a Parigi.
Davanti a me avevo un’altra vita, d’ora in poi sarebbe stata piena di cure e di
attenzioni verso colei che amavo più di me stessa. Avrei viaggiato solo con lei,

mia figlia, la mia vita.

Quella lettera non l’ho più scritta, sono passati tanti anni ormai. Ora ho
raccolto tutti i frammenti di pensieri, poesie, parole e li ho messi insieme
riempiendo gli spazi vuoti e, alla fine, ti ho detto tutto. Il vuoto è stato
colmato e non resta che spedirla. Ma non mi aspetto nulla da te, neanche una
risposta.
E’ passata una settimana. Solo in una stanza, un uomo, dietro una finestra, ha
una lettera in mano. Io vedo la scena, so che la leggerà. E’ in piedi, come nel
quadrofiammingo; . Il capo è leggermente chino, la faccia tesa, concentrata
sulle parole che lo legano alle pagine. È evidente che non si aspettava quella
lettera lunga, troppo lunga, che lo travolge con un inondazione di emozioni. La
donna che scrive lo coinvolge così interamente dentro la propria vita, che lui
si sente soffocare.
Ogni tanto guarda fuori la finestra. Riconosce il dono che lei gli sta facendo,
la grande generosità dell’analisi spietata di sé.. Ma l’uomo non sa se potrà
farsene qualcosa di un cuore nudo, non è detto che di una donna sia proprio
quella parte a interessargli. Eppure quella lettera è un rischio
, lo sente. É sconvolto. A un tratto si rasserena: le parole che legge lo
avviluppano in una rete, lo ammaliano. Come  Ulisse catturato dalle voci delle
Sirene, ha paura, ma vuole sentirle, assaporarle tutte, a una a una. Così
hoimmaginata la scena di te che leggevi.  Ma non è stato così. Tutto è andato
diversamente da come avevo previsto: quella lettera non l’hai mai ricevuta.
il destino, o il caso, ha agito in altro modo, contrario e in direzione
opposta.

Ho ricevuto io una tua lettera, alcuni giorni dopo, che mi ha sorpresa e
commossa e che ha immesso nella mia vita una nuova speranza, una certa insolita
allegria.
“Mia dolce e carissima donna, anzi, amatissima donna: amatissima, e non
carissima. Mentre ti scrivo,parole affollano la mia mente, come quando si resta
imprigionati in un sogno: le tue spalle, che ti circondo , le parole che mi
sussurri all’orecchio, la conversazione notturna ,  le risate simultanee, , il
tuo modo di toccarmi i capelli. E queste immagini che ti descrivo, amatissima,
sono nostalgia, perché nessuno potrà ridarmi quello che ho lasciato colare tra
le dita degli anni, nessuno potrà

restituirci ciò che abbiamo perduto . Ma forse lo ritroveremo, questo tempo
perduto, mio dolce amore, io so che lo ritroveremo. Oggi sono sicuro che questo
piacere continuerà per sempre. Ho solo il piccolo disappunto che domani, in
questa festa  dell’entrata di  giugno, non vedremo insieme l’oro del grano
maturo che si vedono da questa finestra. Ma capisco che non puoi venire, perché
forse

stai scrivendo ancora quel racconto e . Ti aspetto dunque la sera del dieci
giugno.
Il tempo per me si è fermato,credo”




L’ISOLA

Sull’isola c’è una strada costiera,che la gira tutta,stretta, spessa a picco sul


mare,altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette


di ghiaia, orlate di tamerici bruciate dal salino.

Da una di queste ti scrivo, col foglio appoggiato sulla borsa,perché il meriggio


e questa luce bianca mi invogliano a  farlo..

Mi  è venuto persino da pensare che questo luogo non esista,che sia la mia
memoria a raccogliere le immagini di Santorini, Sidi-bu Said,certi scorci della
cpsta asiatica di Istanbul, o di Creta.
Non è un luogo, è un buco nella rete,nella  rete a strascico,nella quale insisto


a cercare buchi.  Chenon ci sono.
Entro in mare pian piano con sensazione  panica e,  i sensi già disposti  a ciò


che il sole meridiano e l’azzurro e il sale marino e la solitudine richiedono, e


ti vedo lontano disteso,pronto a darmi quel senso di sicurezza che sempre mi
offri.
Nuoto al largo ,sapendo che non ci sei.
A l ritorno salgo verso una casa dalle persiane azzurre,tutta bianca nel
luccichio dei raggi.
Una donna mi fa entrare e lì sul terrazzo il mio tavolo azzurro,la sedia di
metallo e le arance.. Il mio tavolo, su cui appoggio le carte,  mi seggo e fumo
davanti al mare  ascoltando le voci che le onde portano.
E  c’è un  momento indistinto,che alcuni chiamano anastòle,col quale tutto
ricomincia perché il cerchio si chiude e si riapre,è quel momento quando non sai


esattamente chi sei , dove sei,perché ci sei.

Come quando si ferma un concerto di Mozart e  tu rimani lì in sospensione.
Può essere qualsiasi giorno della tua vita.
E il mio è lì su quella terrazza,dove rivedo il tuo viso mentre mi vieni
incontro.
Invece sei altrove e il tempo scorre per te come deve scorrere,nella casa
giusta,perché questo è il metro giusto del tempo ,della vita e del la parola.
Io al contrario ti scrivo da un tempo rotto frammentato. Mi è impossibile
raccogliere i pezzi in questo circolo in cui continuo a girare: le dimensioni si


sono invertite, ciò che era solo ricordo è diventato  presente e ciò che davvero


dovrei essere lo scorgo di lontano, aspettando di rientrarvi.
Perciò  ti mando un cenno impossibile da questa casa,da questa riva. E vorrei
dirti che le rive non esistono, ma solo il mare , la navigazione,e il  nuoto. La


mia riva sei tu.  Ma a che serve dirtelo?

Il mio viaggio si è fatto allegro vivace,da quando ieri sera,prima di
addormentarmi,ho trovato quel libro  nel mio comodino,in quell’albergo vicino
Cartagine, dove c’era un grande terrazzo  di copertura con tavolini bianchi .

Trovare un libro in un posto sconosciuto,che parla della tua vita,o sembra
parlarne,mi ha fatto capire che stavo percorrendo la strada in senso inverso,un
viaggio di ritorno. Mare azzurro, mare piccolino, cantava la donna nei quartieri


di Napoli,mentre nel  mio cellulare  trovavo una serie di sms  tra i quali uno
sembrava tuo. E sono sceso per strada, dove ero già stato ascoltando una canzone


già sentita( che ora è?)  ‘voc’e notte’.
Mare grande, mare azzurro, è davvero immenso amore,ma la luna non c’era
ancora,c’era una striscia violetta sull’orizzontee che cangiava sull’orizzonte,
mentre una luce ambrata illuminava le rovine d’oro di Cartagine.
E sono tornato indietro, verso la ia casa, dove forse ci sarai ancora tu,che
avrai fatto ,come me,
il tuo viaggio di ritorno.

Vorrei proprio scriverti una lettera un girono, una lettera totale, e penso a
come sarebbe se te la scrivessi.
E attraversandogli oscuri  strati di lava e di argilla che la vita ha
sedimentato su tutto,essa ti direbbe che  sono ancora io e che mantengo i
sogni,    e poi ti direi di certe notti in cui parlavamo a l cafè  de Flores
,intorno, nella calma meridiana, che il palmeto è cresciuto,che è bello
stendersi sulla sdraio candida,mentre leggo dolce e chiara è la notte e senza
vento, e il mio cuore reagisce come una volta ai suoni e ai colori, che
riattizzo la brace del camino come sempre.
E ti direi di certe notti trascorse a parlare al l’Hotel luna di Amalfi, o sulla


terrazza col tavolo blu si Santorini, o in quel caffè di Arles,che sembra
descritto da Van gogh. ,oppure del locale a palafitte sul lago d’Averno, il mio
lago color d’indaco, dove il tempo sembra essersi fermato.
E ti direi guarda che tutto il tempo che è trascorso, che sembra aver formato
uno strato di granito impenetrabile, non esisterà più, non sarà un ostacolo,
quando tu leggerai la lettera che ti devo e che ti scriverò, puoi starne
certo,te lo prometto.
Ed è una lettera che tutti dovrebbero scrivere alle persone care amate perdute,
e che se anche scriviamo sempre storie, diari, appunti, non abbiamo anccora
scritto.
Una lettera che farebbe tornare da noi le voci disperse nel vento.



Passeggiata a Sidi
Caffè De Nattes, Marc che parla di Klee e kandisnski.

Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai


a nuotare.

All’ora di cena, vicino alla grande piscina, ti vidi e questa volta no, non
sarei fuggita. Eri lì in piedi, accanto a me, riempiendo il vuoto che c’era
sempre stato, salutandomi e sorridendomi come se il tempo si fosse fermato. Mi
sono alzata e tu mi hai guidato . . . la fiamma c’era, avevi ragione.

NOTE IMPORTANTI
Qui vanno inserite due parti, che sono connesse, tutta la parte di sidi bu said,


Apro la finestra sul giardino piastrellato e  Poi paaso dei giorni con lui e
Hèlène.  Riapro la finestra dopo esser stata con lui. I discorsi su Paul Klee e
gli artisti che andavano a Sidi Bu Said. Poi La mdeina Cartagine.

C’ anche il cafè De nattes.Le cene col cuscus…
E sul periodo a Napoli c’è di più…..
Hai ricevuto tutto.?
Fammi sapere se ti mancano.



Altra parte La luce entra dalla porta finestra…
Allora tu non lo sapevi di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato,
facevi così obbedendo alla legge della vita.


Chi è vivo cerca la vita, la fiamma, là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto, la tua bocca fu l’arca dove la mia anima salì per salvarsi, il tuo
fiato, il mio respiro.  Così è stato.
Non si sa quanto dura, due creature si confondono e questo è il mistero. Ma c’é
sempre una zona oscura, un abisso stretto. Provai paura, paura di precipitare
nel vuoto, ma l’avrei affrontata.
Meshed, era così che si chiamava, doveva stare sempre in hotel, mentre il padre
e Arafat erano a Tunisi in riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle
uscire.

Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said: seduti  sotto le stelle. Ci
sembrava assurdo  temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi, dove comprai una scatola di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Meshed e
i venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii
un lieve turbamento in lui.
Trascorse una settimana, eppure mi sembrò di vivere in un vuoto di tempo. La
felicità fa anche questi effetti, cancella il tempo e i pensieri. In quel vuoto,


in quel posto c’eravamo solo noi due.
Solo l’ultima sera prima della mia partenza cominciò a parlarmi dei suoi studi a



L’École des hautes études di Parigi, dei progetti sociali per quella che sarebbe


stata la sua patria, ma che non  poteva chiamarla ancora così.

Progetto di scuole, comunità, ospedali e case. Progetti di socialismo avanzato.
Annuivo. Sì, sarebbe stato così, ne ero certa. Era il grande sogno dell’umanità
che si sarebbe realizzato in quella terra.
Ho ricevuto questo dono, Meshed, di amarti, e questo sogno che sa d’utopia, ma è


sempre stato il mio.
L’amore così era completo, assoluto. Sarei partita per i miei impegni di madre e


di lavoro. Ma ormai c’eravamo noi due, per sempre.
Al ritorno, il solito lavoro, gli impegni di sempre, le preoccupazioni della
vita di una madre. Ma ogni giorno Meshed telefonava, o spediva una lettera, o
scriveva una mail. 

Non è mai passato un momento della mia vita in cui lui mi abbia fatto mancare un


messaggio. Le sue lettere mi facevano immaginare gli altri luoghi in cui ci

saremmo incontrati. E sempre mi seguiva, invisibile, era sempre con me anche
quando scrivevo, facevo il bagno ai bambini, sapeva tutto di me. Le sue parole
erano d’un’intensità profonda.

E  ci incontravamo ovunque fosse possibile: a Roma, a Napoli, a Parigi a
Bruxelles, ad Atene, in Libano . . .
Non c’è posto che non ci abbia visti insieme per brevi o lunghi periodi.
Per anni e anni, mentre i bambini erano a Procida con mia madre o a Napoli,
abbiamo sentito la gioia dell’incontro e l’improvviso vuoto dell’assenza.
Eravamo specialisti nell’arte di incontrarci partire, ritrovarci. Come acrobati
del trapezio ci sembrava di essere sempre insieme, anche quando ci proiettavamo
soli nel vuoto.
Talvolta sentivo, o forse avvertivo, una perdita, una lontananza. Ma lui non
sembrò mai  entrare nell’abisso, e non saprò mai se ci è stato talvolta. Forte
sicuro di sé, camminava verso il futuro, e il presente e il futuro erano la sua
terra e me. 

Poi scoprimmo skype e potremmo scriverci e vederci in diretta. Ma la situazione
peggiorava in Palestina: cominciavano i massacri, le invasioni dei carri armati
israeliani, l’estensione dei coloni.  Il famoso muro. Per mesi non avevo più
notizie. Poi compariva all’improvviso a casa, nel mio giardino. 

Qualcosa stava cambiando nel mio aspetto e nel suo. Il tempo era impazzito, ci
faceva tornare indietro nella memoria, fare balzi paurosi in avanti. Mai ho
pensato che non ci saremmo più visti, fino a quando ho ricevuto quella lettera
col video da un sedicente amico. Forse era questo il momento vero dell’assenza,
forse era scomparso, rapito, ferito, morto.
Poi la sensazione di vuoto crebbe e tutto di lui cominciò a mancarmi. Ora che
non povevo più incontrarlo, ora che forse se n’era andato, potevo dirgli la
verità, la mia verità, che amavo le sue mani, il suo viso, i piedi il cuore la
mente e che tutto di lui mi mancava.  (qui si potrebbe inserire “Il Dono”)
Spesso mi sono avviata nella stanza da letto, e mi sono distesa dal suo lato
suo, ma non c’era nessuno. La paura allora scacciò il sonno. Mi consolai
dicendomi che l’avrei ritrovato in sogno. Per questo dovevo dormire anche se il
sonno non mi avrebbe mai appagato.
Un mese fa mi è giunta una mail brevissima, sempre di un amico, un altro che mi
dava appuntamento a Istanbul al Kaffeehaus. Ho segnato la data, l’ora e
l’albergo.

Andrò, anche se forse è un brutto scherzo, anche se forse lui non c’è più. Ma
andrò, non per rivederlo ma per risentire l’aria del ponte, vedere il Corno
d’oro pieno di luce. Anche per sentire  fino in fondo la sua assenza. E perché
la speranza  non è caduta in quel vuoto.

Tornata a casa, mia madre mi presenta una busta grande. L’incartamento del
divorzio. Non mi meraviglio. Anni fa,tornata dalla clinica, posai sul pavimento
un dono prezioso, un porte-enfant con una neonata. Ero felice, ma udii la voce
severa e sostenuta di Enrico, che mi rimproverava: “Io non volevo una famiglia.
Anzi ti comunico che mi sono innamorato di un’altra, alla Rai, e vado via. Ma
chiamami se hai bisogno di me”.
L’altro bambino nell’altra stanza giocava contento nel suo box. Io gli risposi:
“Io, non ho bisogno di nulla.” Lo guardai sbalordita.
Chi era quest’uomo, forse non lo avevo amato, questo Enrico, padre dei miei
figli, che avevo sposato perché mi sembrava dolce educato e tenero?
Questo che ora mi accoglieva a casa,dopo un parto, con parole inaspettate. Ne è
passato di tempo da allora. Il tempo di vivere una storia con una persona amata,


potente, ricca, molto innamorata. Ma una storia vissuta all’estero, una volta
all’anno, che mi gratificava e mi faceva sognare.
Ecco davanti a me l’incartamento del divorzio, telefono al mio avvocato: “Non si


preoccupi”, mi dice, “sua figlia è invalida, abbiamo la documentazione, avrà
quello che le spetta.”
Non ci avevo pensato. Già quello che mi spetta da una persona che non vedevo più


da anni e che era il padre dei miei due figli. La sentenza esecutiva mi assegna
gli alimenti per me e per i figli.

Sono in aeroporto, sto scrivendo sotto la luce  biancastra  di una lampada al
neon. Un uomo seduto vicino a me, con in mano una bicchiere di vino, mi osserva
stranito. Forse cerca di capire le emozioni che mi spingono a scrivere in questo


luogo di partenze e arrivi. Ma dal mio volto, chiuso  dialogo col foglio, non
ne percepisce nessuna.. All'apparenza è uno straniero, forse un  informatico,
che per qualche motivo si trova, oggi, qui. Un uomo che beve vino bianco
italiano e mi guarda, mentre mi avventuro nel precipizio del mio amore per te,
che oggi
.non è taciturno, ma parla, strepita, canta, inveisce. L'amore è talvolta
violento, ma
.

può essere forte e solido ,e forgiare catene.
E potrei descrivertele tutte, una ad una, ma oggi cerco il vero volto del mio
amore per te,  diverso da quelli che ho conosciuto. Tanto diverso, che a volte
mi sembra che sia un genio o un demone. Se ogni amore ha una propria musica, il
nostro risuona stranamente in dissionananze schonbergiane.. È un amore privo di
vibrazioni, non rimanda echi, ha piuttosto la potenza silenziosa della forza di
attrazione di una calamita. Com'è nato, lo ricordi, il nostro amore? E il nostro


primo incontro?
L'uomo si è alzato. Si allontana barcollando leggermente: hanno
annunciato il suo volo. Forse torna a casa. Io, però, non torno a casa, vado in
un luogo che mi è familiare, ma non è casa mia. Ora una voce chiama anche me, il


mio volo parte. Mi avvio, mentre il crepuscolo colora di ocra le forme
geometriche di questo aeroporto, verso il grande ventre

che mi terrà in volo. In aria mi viene sempre una certa sonnolenza, e non ha a
che fare con la paura, ma con una sensazione che amo, quella di essere dentro a
un grembo,
  in uno spazio assoluto, separato da tutto.
Apro il libro che ho con me, ma non leggo, guardo le parole come fossero 
immagini che scorrono sulla pagina; non lettere
Non ho voglia di leggere. Continuo il
mio colloquio silenzioso con te.
Da certi  segnali  di    visionarietà direi che la mia mente è femminile: è
femminile una mente che vaga indecisa nel fluire del desiderio e della memoria? 


Uo’intuizione che spazia, sempre in contraddizione con se stessa? Incline al
sogno più che ai progetti reali, ma capace

di visioni e di  dettagli raziocinanti?
Ho nostalgia  anche quando mi sei accanto e mi abbracci. Ma non credo sia come
dici tu: che, esistano due tipi d’amore, uno pulsionale sano, e uno dipendente,
sofferente, masochista.
. Amore è sempre ferita e taglio, sconvolgimento della persona. Il caso che ci
ha avvicinato potrebbe riprendere a girare nel senso della distanza. Nel cosmo
ci sono due forze opposte: una tende verso il centro, l’altra è centrifuga, e
vaga nomade.

Entro in una libreria, giro distratta tra i banchi e gli scaffali, finché mi
attrae il titolo di un cd The Shadow of your smile. Sarà perché mi sento fin
troppo piena d'ombre, ma non resisto lo prendo, mi dirigo alla cassa e, dopo
aver pagato, lo infilo veloce in borsa. Non mi sento più sola, mi avvio
all'albergo contenta, quasi avessi con me un talismano o un compagno, un amico
che mi consolerà nella notte inquieta che mi aspetta.
In un libro mi è capitato a volte anche di riconoscermi, come e più di uno
specchio, mi ha spesso offerto l'immagine della mia anima. Accadrà  anche
sentendo la nostra canzone? Entro nelle lenzuola e nelle pagine  di un libro in
francese e prendo il largo nell'avventura nel, pericoloso labirinto attraverso
la notte.
Stanotte cadere in quell'immensa assenza di me, che è il sonno, mi spaventa.
Vorrei una mano che tenesse la mia. Darei la mano a qualcuno, come da piccola la


davo a mio padre, quella gioia sicura della protezione, ecco, cosa vorrei.

Mi ero ripromessa di scriverti una lettera. E in effetti te la dovevo quella
lettera. Ci ho pensato in tutti questi anni, anche in giro per città
sconosciute; scrivevo poesie, appunti, aforismi. Tutti facevano parte della
lettera che dovevo inviarti.
Lungo boulevard Jourdan, presso uno degli ingressi della Cité Universitaire, c’è


un café che molti anni fa ero solita frequentare. Ieri ci sono arrivata,
passeggiando di primo mattino, a quel piccolo café di una volta. E l’ho trovato,


non era cambiato per nulla: gli stessi volti giovanili,  gli sguardi  lucidi di
studenti che studiano  in quel luogo, fino a quando non chiude il caffè. Ora si
vestono in maniera diversa; la musica che ascoltano è anch’essa differente, alla


moda di oggi. All’ultimo piano , nella Sezione Nostalgia,si possono ascoltare le


canzoni dei miei anni verdi: Pétite Fleur, Boris Vian, Léo Ferré. Ho pensato :
de la musique avant toute chose. E mi sei venuto in mente tu. Ho cominciato a
prendere appunti sul mio tavolino, ma tu eri lì dinnanzi alla mia testa china.
Forse, adesso, ero pronta a scriverti quella famosa lettera . . .

Quella notte, senza dirti niente, sono partita usando quel biglietto ‘aperto’
che mi regalasti tempo prima. Adesso, dopo tanto tempo, sono qui, provo  a
riempire con parole scritte il vuoto che ci divide i. Ma ti devo una
spiegazione, il perché quella notte mi fossi allontanata da te, senza dir nulla.


Avevo fatto un sogno tetro, una bambina recitava una cantilena, no, era una
preghiera “Angelo di Dio, che sei il mio custode, proteggimi e custodiscimi...”.


La bambina, ad un tratto, si guardò allo specchio dell’armadio: era una piccolo
angelo custode alle spalle di una  donna inginocchiata, teneva le ali aperte e
forse la proteggeva .  Il volto  era di una bambina con gli occhi scuri e le
treccine nere. Ma il viso era di una vecchia e le ali erano prive  di piume.

Presi il cellulare, dovevo chiamare mia figlia! E alle prime luci dell’alba, con


in mano il mio biglietto ‘aperto’, ero già sul molo.

Non ti avevo detto nulla, né del sogno, né della mia bambina, tu mi avevi
promesso un’altra vita, tutti i miei sogni si sarebbero realizzati grazie a te.
Sull’aliscafo decisi che non sarei tornata a casa ma sarei andata a Parigi.
Davanti a me avevo un’altra vita, d’ora in poi sarebbe stata piena di cure e di
attenzioni verso colei che amavo più di me stessa. Avrei viaggiato solo con lei,


mia figlia, la mia vita.

Quella lettera non l’ho più scritta, sono passati tanti anni ormai. Ora ho
raccolto tutti i frammenti di pensieri, poesie, parole e li ho messi insieme
riempiendo gli spazi vuoti e, alla fine, ti ho detto tutto. Il vuoto è stato
colmato e non resta che spedirla. Ma non mi aspetto nulla da te, neanche una
risposta.
E’ passata una settimana. Solo in una stanza, un uomo, dietro una finestra, ha
una lettera in mano. Io vedo la scena, so che la leggerà. E’ in piedi, come nel
quadrofiammingo; . Il capo è leggermente chino, la faccia tesa, concentrata
sulle parole che lo legano alle pagine. È evidente che non si aspettava quella
lettera lunga, troppo lunga, che lo travolge con un inondazione di emozioni. La
donna che scrive lo coinvolge così interamente dentro la propria vita, che lui
si sente soffocare.
Ogni tanto guarda fuori la finestra. Riconosce il dono che lei gli sta facendo,
la grande generosità dell’analisi spietata di sé.. Ma l’uomo non sa se potrà
farsene qualcosa di un cuore nudo, non è detto che di una donna sia proprio
quella parte a interessargli. Eppure quella lettera è un rischio
, lo sente. É sconvolto. A un tratto si rasserena: le parole che legge lo
avviluppano in una rete, lo ammaliano. Come  Ulisse catturato dalle voci delle
Sirene, ha paura, ma vuole sentirle, assaporarle tutte, a una a una. Così
hoimmaginata la scena di te che leggevi.  Ma non è stato così. Tutto è andato
diversamente da come avevo previsto: quella lettera non l’hai mai ricevuta.
il destino, o il caso, ha agito in altro modo, contrario e in direzione
opposta.

Ho ricevuto io una tua lettera, alcuni giorni dopo, che mi ha sorpresa e
commossa e che ha immesso nella mia vita una nuova speranza, una certa insolita
allegria.
“Mia dolce e carissima donna, anzi, amatissima donna: amatissima, e non
carissima. Mentre ti scrivo,parole affollano la mia mente, come quando si resta
imprigionati in un sogno: le tue spalle, che ti circondo , le parole che mi
sussurri all’orecchio, la conversazione notturna ,  le risate simultanee, , il
tuo modo di toccarmi i capelli. E queste immagini che ti descrivo, amatissima,
sono nostalgia, perché nessuno potrà ridarmi quello che ho lasciato colare tra
le dita degli anni, nessuno potrà

restituirci ciò che abbiamo perduto . Ma forse lo ritroveremo, questo tempo
perduto, mio dolce amore, io so che lo ritroveremo. Oggi sono sicuro che questo
piacere continuerà per sempre. Ho solo il piccolo disappunto che domani, in
questa festa  dell’entrata di  giugno, non vedremo insieme l’oro del grano
maturo che si vedono da questa finestra. Ma capisco che non puoi venire, perché
forse

stai scrivendo ancora quel racconto e . Ti aspetto dunque la sera del dieci
giugno.
Il tempo per me si è fermato,credo”




SIBI BU SAID – 2° PARTE

Apro la porta finestra su un’alba di luce untensa,appena appena velata da una
nebbiolina. L’alba della Tunisia,. Tra poco il sole avrebbe fatto esplodere la
sua luce forte limpida, vivida. 

E’ capitato finalmente, era ancora un grumo di benessere, l’intuizione di un
amore nascente, la sensazione del mio corpo vivo forte, risvegliato da un amore
mai sentito nel sangue così. Sensazione fisica del mio modo di percepire
l’incontro come donna. Il rispetto di me delle mie percezioni, del mio
riappropriarmi di una passione forte,dlla mia istintualità.

Meshed era nella sua camera, ma io sapevo che non sarebbe più andato via dal mio

corpo e dalla mia mente
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta
facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Risponde Umberto Galimberti
In piscina trovo già Helène distesa sul lettino,stesa al sole, quasi
addormentata. Mi seggo sulla sdraio accanto a lei.
Sembra rapita, non comprendo il suo umore,né tristo, né allegro.
Bonjour mo amie…!
E cominciamo a parlare, così ,come se non avessimo che da scambiarci saluti e
formalità
Poi le esclama:
Eh, Laura, ho capito cos’è successo
Cerco ancora di nascondere il lmio segreto, non sono neanche sicura sia
successo.
Credo che tu abbia avuto una serata e movimentata.
Helène, la più vera, la più bella della mia vita.
Mi fa oiacere Laura, anche se in fondo sono un po’ gelosa!
Helène nulla si può decidere in questi fatti pulsionali, irrazionali. E’
successo e basta. Era così che doveva andare.
Ma tu sai chi è Meshed alias Marc’
No, so solo che l’ho incontrato anni fa a l pera hotel e che abbiamo fatto un
giro per Istanbul. E’ un archeologo, mi pare.
Forse, ma è il figlio del braccio destoro di Arafat. Il padre è qui a Tunisi per

una riunione, ma preferisce che il figlio dorma in un altro hotel, per timore di

attentati.
Sai Meshed vive in Italia, il padre rappresenta l’autoriytà palestinese
all’estero.
Può essere pericoloso stare con lui, allora?
Laura e lo dici proprio tu,’la pasionaria’, la combattente? Hai paura. ?
Adesso ho una figlia Helène.
Allora cerca di stare attenta, e non farti vedere in giro con lui.
Ok, seguirò il tuo consiglio.
E per tutta risposta andai il giorno dopo alla Mdina con Marc, alla ricerca di
una scatola di scacchi da regalare a mio figlio.
La mattina avevo trovato un messaggio lirico sul dispy del mio telefonino:
Io voglio te per il grano e il fulmine,
sula pelle accesa,
voglio i petali che germinarono in furia
e labbra di pesco rosa,
la quiete di pance in riposo
brucianti di sole.

Mi manca il selciato bagnato di lacrima,
il balcone che attende l’onda e la schiuma

tale è la vita,
tu cammini nell’autunno scuro,
ormai giunto, con scarpe leggere
e cintura di metallo,
mentre la nebbia della stagione
avvolge i sassi
corri con quelle tue scarpe leggere,

Sali scale, distruggi la carta
che copre le porte
Entra nel sole in aria di pugnali
Sdraiato airone di neve su un corpo

L’ora perenne corre lungo la vena
Nell’attesa di grovigli di tempo
Trascorriamo la notte con parole


Ci vediamo nella hall alle 10?


Anche poeta, sorrisi tra di me.

Allora sì, ero lì alle 10  e gli chiedo se può accompagnarmi alla mdina di
Tunisi.

Ma certo, andiamo.
Chiamò il taxi e i trovammo davanti alla monumentale Mdina.
Ti sento, ti vedo, aspiro il tuo odore, ricordo tutto di ieri. Ti ho incontrato
e non te ne andare mai.
Saliamo per le viuzze piene di negozi, di bancarelle colorate di spezie. In un
negozio di oggetti di legna entriamo, accolti da sorrisi luminosi, ci offrono un

thè. Meshed abbraccia come fratelli i maschi. La donna col velo ci porta il thè.

Sembra a suo agio. Parlano in arabo e mi viene presentata una scacchiera un po’
rozza, in legno lucido di olivo. Mi piace la prendo. Il mio Francesco sarà
contento.

Dpo aver abbracciato tutti  M.esce con me.Io ho una preziosa scatoletta con me.
Altri giorni passeremo insieme,altre notti, ma non vivremo mai assieme. Io col
mio lavoro e i miei figli, tu con il tuo impegno politico e sociale.
Ed è bene sia così. Non vedrai mai la mia stanchezza la mia malinconia, non
proveremo noia per una cena consumata in fretta, per pensieri non condivisi,non
litigheremo per fatti domestici e banali. Saremo sempre insieme,ci vedremo
sempre,collegati da un filo molto forte,di cui hai in mano il capo.
Io ho deciso.
Lasciarmi uno spazio,che poi vale tutta una vita,di serenità,gi felicità,di
scperta,di fascinazione, di segreto misterioso legame.
Ho scelto te.
Chi ha fato questa offerta di sé  e chi per inciso sei tu? Tu,l’altro. E io ti
sto dando il mio amore, ma cosa è di preciso?
Tu stai donando qualcosa che non sei capace di dire e queste cose non
indicibile, che non passano attraverso il razionale, si servono di presagi, di
un fondo enigmatico e non emerso.
Il filo l’ho dato a te, o mio Teseo. Non perderlo mai.
Vuoi venire a Roma con me, mi dice all’improvviso.
No, non posso, adesso ,ale ritorno, ho un libro da consegnare, poi mi devo
occupare della scuola dei miei figli.
Ma ci vedremo a settembre, a Baercellona, aereoporto di Girona.
Stabiliamo le date, l’ora.
E’ così che deve andare
Poi devo andare a New York per un master, aggiunge M.




Meshed cerca di richiamare alla memoria
-
Ti ricordi di me? Mi domanda
Mi levo gli occhiali da sole e lo guardo: è lui,sì
_ Se mi ricordi dove ci siamo visti…., continuiamo la nostra conversazione in
francese. Lentamente mi appare qualche flash, Istanbul, la Basilica
Cisterna…Ah,sì, l’archeologo, ricordavo i luoghi della città, dove spesso
andavo, ma non lui, non bene.
Dev’essere passato tanto tempo, forse Roberta non era ancora nata.
Ma allora non avevo notato quegli occhi lucidi e sorridenti..
-stasera andremo a cenare al  Cafè Sidi chabanne, vi farò provare un couscous, 
con aromi particolari e le uova ricoperte di bianco fantastiche.
Lo guardo incuriosita, così  magro nell sua camicia di lino bianco senza
colletto.La pelle ambrata  lo sguardo splendente sotto il sole. Elegante,
snello, certamente simpatico. Arabo, non c’è dubbio, e il suo francese indicava
l’origine tunisina o della costa mediterranea. E anche di modi
occidentali,disinvolto, sembrava un turista come noi.
Lo sguardo di Hèlène era fisso su di lui:era evidente che le piaceva.
Ci salutammo, noi turisti, che avevamo solo il desiderio di impiegare il tempo 
in giri, visite nei posti più belli, nuotate. Siamo bravissime io e Hèlène a
perdere tempo, a stare coi piedi sospesi nell’acqua bevendo un vicchiere di
Blanc de Blanc gelato.
Chiacchieriamo sedute sulla riva del mare e lei mi spiega che il nome della
persona che avevamo incontrato era Meshed,Adesso ricordo!
Al ritorno da Istanbul, parecchi anni fa,
Un giorno vidi una foto su un giornale:il presidente dell’autorità palestinese
(...), con la famiglia. Quel ragazzo sorridente accanto al padre era Paul
Non ti ho mandato la lettera scritta prima di partire, non ero pronta.
Ma ero stanca, troppo lavoro, troppe responsabilità. Volevo una vacanza.  Scelsi
Sidi bu Said  icino Tunisi. Così a caso.
Ero lì a nuotare nelle acque azzurroverdi del mare tunisino e sentii una voce :
_Nous voyons ce soir.
Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai
a nuotare. Poi mi ritirai nella mia bella camera sul mare.
Lo rividi a cena ai bordi della grande piscina. Accanto a me Hèlène. Questa
volta lo sapevo, non sarei fuggita. Lo vidi subito in piedi accanto a me, che
riempiva quel vuoto che c’era sempre stato, e mi salutava e mi sorrideva come se
ci fossimo lasciati il giorno prima..
Mi alzai e mi guidasti tu…la fiamma c’era,avevi ragione tu,non si vive
altrimenti. C’è bisogno almeno di una scintilla accesa. Ma tu non lo sapevi
allora di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato, facevi così
obbedendo alla legge della vita.
Chi è vivo cerca la vita,la fiamma,là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto,la tua bocca fu l’arca in cui la mia anima salì per salvarsi e il tuo
fiato il mio respiro. Così è stato.
Non si sa quanto dura,due creature si confondono e questo è il mistero. Ma in un
angolo oscuro c’è sempre un abisso stretto. Ebbi l’impressione di precipitare,
ma non mi fermai
lMeshed doveva stare sempre in hotel, mentre il padre e Arafat erano a Tunisi in
riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle uscire.
Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said; seduti sotto le stelle , ci
sembrava ssurdo temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi,dove comprai un o scatolo di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Paul e i
venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii un
lieve turbamento in lui.

Ti ricordi di me? Mi domanda
Mi levo gli occhiali da sole e lo guardo: è lui,sì
_ Se mi ricordi dove ci siamo visti…., continuiamo la nostra conversazione in
francese. Lentamente mi appare qualche flash, Istanbul, la Basilica
Cisterna…Ah,sì, l’archeologo, ricordavo i luoghi della città, dove spesso
andavo, ma non lui, non bene.
Dev’essere passato tanto tempo, forse Roberta non era ancora nata.
Ma allora non avevo notato quegli occhi lucidi e sorridenti..
-stasera andremo a cenare al  Cafè Sidi chabanne, vi farò provare un couscous, 
con aromi particolari e le uova ricoperte di bianco fantastiche.
Lo guardo incuriosita, così  magro nell sua camicia di lino bianco senza
colletto.La pelle ambrata  lo sguardo splendente sotto il sole. Elegante,
snello, certamente simpatico. Arabo, non c’è dubbio, e il suo francese indicava
l’origine tunisina o della costa mediterranea. E anche di modi
occidentali,disinvolto, sembrava un turista come noi.
Lo sguardo di Hèlène era fisso su di lui:era evidente che le piaceva.
Ci salutammo, noi turisti, che avevamo solo il desiderio di impiegare il tempo 
in giri, visite nei posti più belli, nuotate. Siamo bravissime io e Hèlène a
perdere tempo, a stare coi piedi sospesi nell’acqua bevendo un vicchiere di
Blanc de Blanc gelato.
Chiacchieriamo sedute sulla riva del mare e lei mi spiega che il nome della
persona che avevamo incontrato era Meshed,Adesso ricordo!
Al ritorno da Istanbul, parecchi anni fa,
Un giorno vidi una foto su un giornale:il presidente dell’autorità palestinese
(...), con la famiglia. Quel ragazzo sorridente accanto al padre era Marc
Non ti ho mandato la lettera scritta prima di partire, non ero pronta.
Ma ero stanca, troppo lavoro, troppe responsabilità. Volevo una vacanza.  Scelsi
Sidi bu Said  icino Tunisi. Così a caso.
Sì ricordo ora, ma non si chiamava Marc

Ero lì a nuotare nelle acque azzurroverdi del mare tunisino e sentii una voce :
_Nous voyons ce soir.
Adesso riconoscevo quella voce, quel tono vagamente ironico.
Continuai a nuotare. Poi mi ritirai nella mia bella camera sul mare.

Lo rividi a cena ai bordi della grande piscina. Accanto a me Hèlène. Questa
volta lo sapevo, non sarei fuggita. Lo vidi subito in piedi accanto a me, che
riempiva quel vuoto che c’era sempre stato, e mi salutava e mi sorrideva come se
ci fossimo lasciati il giorno prima..
Mi alzai e mi guidasti tu…la fiamma c’era,avevi ragione tu,non si vive
altrimenti. C’è bisogno almeno di una scintilla accesa. Ma tu non lo sapevi
allora di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato, facevi così
obbedendo alla legge della vita.
Chi è vivo cerca la vita,la fiamma,là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto,la tua bocca fu l’arca in cui la mia anima salì per salvarsi e il tuo
fiato il mio respiro. Così è stato.
Non si sa quanto dura,due creature si confondono e questo è il mistero. Ma in un
angolo oscuro c’è sempre un abisso stretto. Ebbi l’impressione di precipitare,
ma non mi fermai

lMeshed doveva stare sempre in hotel, mentre il padre e Arafat erano a Tunisi in
riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle uscire.
Per la sera successiva propose: Andremo a cenare sulla terrazza di Sidi 
Chabaanne, da dove vedrete un paesaggiod’incanto.
Andremo Meshed con i tuoi amici italiani, a cenare con spezie arabe , gusteremo
il vero couscous e le uova bianche, a bere il Blanc de blanc che somiglia tanto
all’Ambra d’Ischia.  Mi sembra di tornare ragazza, con tanto tempo libero,
rilassata, pronta a cogliere l’hic et nunc, le cose più belle che quella terra
mi offriva. E avremmo sentito anche la musica Malouf, guardato le opere di I
brahim Dhahak, che apparteneva all’E’cole des artists di Tunis.
Ma non eri uno studioso di mosaici bizantini e non toi chiamavi marc?ora ti
guardo coi tuoi jeans e la camicia candida: un giovane uomo che non ha una
fisionomia che mi colpisca particolarmente, un volto da ricordare e per cui
provare  qualcosa di

Intenso.
Ma Hèlène ti osseva presa da una malia che non conosco. Lei sa…chi è Meshed.
Io ricordo quel ragazzo che mi accompagnò a Santa sofia

Ora Hèlène ti osserva mentre tu ci racconti le tradizioni berbere,della
poligamia che è stata rifiutatada molti popoli arabi. Sorridendo ci raccontavi
anche delle battute di Pertini, ma che hai a che fare col nostro presidente. E
Col Guercino che ritreae Didone suicida con la spada, e come sai tante cose del
nostro paese?
Meshed cerca di richiamare alla memoria
-
Ti ricordi di me? Mi domanda
Mi levo gli occhiali da sole e lo guardo: è lui,sì
_ Se mi ricordi dove ci siamo visti…., continuiamo la nostra conversazione in
francese. Lentamente mi appare qualche flash, Istanbul, la Basilica
Cisterna…Ah,sì, l’archeologo, ricordavo i luoghi della città, dove spesso
andavo, ma non lui, non bene.
Dev’essere passato tanto tempo, forse Roberta non era ancora nata.
Ma allora non avevo notato quegli occhi lucidi e sorridenti..
-stasera andremo a cenare al  Cafè Sidi chabanne, vi farò provare un couscous, 
con aromi particolari e le uova ricoperte di bianco fantastiche.
Lo guardo incuriosita, così  magro nell sua camicia di lino bianco senza
colletto.La pelle ambrata  lo sguardo splendente sotto il sole. Elegante,
snello, certamente simpatico. Arabo, non c’è dubbio, e il suo francese indicava
l’origine tunisina o della costa mediterranea. E anche di modi
occidentali,disinvolto, sembrava un turista come noi.
Lo sguardo di Hèlène era fisso su di lui:era evidente che le piaceva.
Ci salutammo, noi turisti, che avevamo solo il desiderio di impiegare il tempo 
in giri, visite nei posti più belli, nuotate. Siamo bravissime io e Hèlène a
perdere tempo, a stare coi piedi sospesi nell’acqua bevendo un vicchiere di
Blanc de Blanc gelato.
Chiacchieriamo sedute sulla riva del mare e lei mi spiega che il nome della
persona che avevamo incontrato era Meshed,Adesso ricordo!
Al ritorno da Istanbul, parecchi anni fa,
Un giorno vidi una foto su un giornale:il presidente dell’autorità palestinese
(...), con la famiglia. Quel ragazzo sorridente accanto al padre era Paul
Non ti ho mandato la lettera scritta prima di partire, non ero pronta.
Ma ero stanca, troppo lavoro, troppe responsabilità. Volevo una vacanza.  Scelsi
Sidi bu Said  icino Tunisi. Così a caso.
Ero lì a nuotare nelle acque azzurroverdi del mare tunisino e sentii una voce :
_Nous voyons ce soir.
Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai
a nuotare. Poi mi ritirai nella mia bella camera sul mare.
Lo rividi a cena ai bordi della grande piscina. Accanto a me Hèlène. Questa
volta lo sapevo, non sarei fuggita. Lo vidi subito in piedi accanto a me, che
riempiva quel vuoto che c’era sempre stato, e mi salutava e mi sorrideva come se
ci fossimo lasciati il giorno prima..
Mi alzai e mi guidasti tu…la fiamma c’era,avevi ragione tu,non si vive
altrimenti. C’è bisogno almeno di una scintilla accesa. Ma tu non lo sapevi
allora di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato, facevi così
obbedendo alla legge della vita.
Chi è vivo cerca la vita,la fiamma,là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto,la tua bocca fu l’arca in cui la mia anima salì per salvarsi e il tuo
fiato il mio respiro. Così è stato.
Non si sa quanto dura,due creature si confondono e questo è il mistero. Ma in un
angolo oscuro c’è sempre un abisso stretto. Ebbi l’impressione di precipitare,
ma non mi fermai
lMeshed doveva stare sempre in hotel, mentre il padre e Arafat erano a Tunisi in
riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle uscire.
Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said; seduti sotto le stelle , ci
sembrava ssurdo temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi,dove comprai un o scatolo di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Paul e i
venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii un
lieve turbamento in lui.





hi d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Paul e
i venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii
un lieve turbamento in lui.
Trascorse una settimana, eppure mi sembrò di vivere in un vuoto di tempo. La
felicità fa anche questi effetti,cancella il tempo e i pensieri. In quel vuoto
c’eravamo solo noi due.
Solo l’ultima sera prima della mia partenza cominciò a parlarmi dei suoi studi a
L’E’cole des hautes études di Parigi, dei progetti sociali per quella che
sarebbe stata la sua patria,che allora non poteva chiamare ancora così. Progetto
di scuole comunità, ospedali ,case. Progetti si socialismo avanzato. Annuivo
.sì, sarebbe stato così, ne ero certa. Era il grande sogno dell’umanità che si
sarebbe realizzato in  terra palestinese, nel niuovo stato
. Ho ricevuto questo dono,Paul, di amarti, e questo sogno che sa d’utopia, ma
che è sempre stato il mio.
L’amore così era completo assoluto. Sarei partita per i miei impegni di madre e
di lavoro. Ma ormai c’eravamo, noi due, e c’eravamo per sempre.


Al ritorno, il solito lavoro, gli impegni di sempre, le preoccupazioni della
vita di una madre. Ma ogni giorno Paul telefonava, o inviava una lettera
postale, o una email.
Non è passato mai un momento della mia vita che mi abbia fatto mancare un
messaggio. Le sue lettere mi facevano immaginare gli altri luoghi in cui ci
saremmo incontrati. E sempre mi seguiva, ,invisibile, mi era alle spalle mentre
scrivevo, mentre facevo il bagno ai bambini, sapeva tutto di me, e le sue parole
erano d’un’intensità profonda.







Meshed cerca di richiamare alla memoria
-
Ti ricordi di me? Mi domanda
Mi levo gli occhiali da sole e lo guardo: è lui,sì
_ Se mi ricordi dove ci siamo visti…., continuiamo la nostra conversazione in
francese. Lentamente mi appare qualche flash, Istanbul, la Basilica
Cisterna…Ah,sì, l’archeologo, ricordavo i luoghi della città, dove spesso
andavo, ma non lui, non bene.
Dev’essere passato tanto tempo, forse Roberta non era ancora nata.
Ma allora non avevo notato quegli occhi lucidi e sorridenti..
-stasera andremo a cenare al  Cafè Sidi chabanne, vi farò provare un couscous, 
con aromi particolari e le uova ricoperte di bianco fantastiche.
Lo guardo incuriosita, così  magro nell sua camicia di lino bianco senza
colletto.La pelle ambrata  lo sguardo splendente sotto il sole. Elegante,
snello, certamente simpatico. Arabo, non c’è dubbio, e il suo francese indicava
l’origine tunisina o della costa mediterranea. E anche di modi
occidentali,disinvolto, sembrava un turista come noi.
Lo sguardo di Hèlène era fisso su di lui:era evidente che le piaceva.
Ci salutammo, noi turisti, che avevamo solo il desiderio di impiegare il tempo 
in giri, visite nei posti più belli, nuotate. Siamo bravissime io e Hèlène a
perdere tempo, a stare coi piedi sospesi nell’acqua bevendo un vicchiere di
Blanc de Blanc gelato.
Chiacchieriamo sedute sulla riva del mare e lei mi spiega che il nome della
persona che avevamo incontrato era Meshed,Adesso ricordo!
Al ritorno da Istanbul, parecchi anni fa,
Un giorno vidi una foto su un giornale:il presidente dell’autorità palestinese
(...), con la famiglia. Quel ragazzo sorridente accanto al padre era Paul
Non ti ho mandato la lettera scritta prima di partire, non ero pronta.
Ma ero stanca, troppo lavoro, troppe responsabilità. Volevo una vacanza.  Scelsi
Sidi bu Said  icino Tunisi. Così a caso.
Ero lì a nuotare nelle acque azzurroverdi del mare tunisino e sentii una voce :
_Nous voyons ce soir.
Ma io avevo già sentito quel suono, quel tono vagamente ironico. Dove? Continuai
a nuotare. Poi mi ritirai nella mia bella camera sul mare.
Lo rividi a cena ai bordi della grande piscina. Accanto a me Hèlène. Questa
volta lo sapevo, non sarei fuggita. Lo vidi subito in piedi accanto a me, che
riempiva quel vuoto che c’era sempre stato, e mi salutava e mi sorrideva come se
ci fossimo lasciati il giorno prima..
Mi alzai e mi guidasti tu…la fiamma c’era,avevi ragione tu,non si vive
altrimenti. C’è bisogno almeno di una scintilla accesa. Ma tu non lo sapevi
allora di stare attizzando un fuoco che ci avrebbe bruciato, facevi così
obbedendo alla legge della vita.
Chi è vivo cerca la vita,la fiamma,là dove pareva che il mondo si sarebbe
dissolto,la tua bocca fu l’arca in cui la mia anima salì per salvarsi e il tuo
fiato il mio respiro. Così è stato.
Non si sa quanto dura,due creature si confondono e questo è il mistero. Ma in un
angolo oscuro c’è sempre un abisso stretto. Ebbi l’impressione di precipitare,
ma non mi fermai
lMeshed doveva stare sempre in hotel, mentre il padre e Arafat erano a Tunisi in
riunione. Come sempre era in pericolo, ma volle uscire.
Andammo a cenare su una terrazza di Sidi bu Said; seduti sotto le stelle , ci
sembrava ssurdo temere qualcosa.
Poi mi accompagnò alla Mdina di Tunisi,dove comprai un o scatolo di scacchi
d’olivo per mio figlio. Eravamo felici e liberi. Entrati nella bottega Paul e i
venditori si abbracciarono e parlarono in arabo. Uscì sorridente, ma avvertii un
lieve turbamento in lui.



CONTINUA SAGRADA FAMILIA

Ritrovarci, sentirci, avvertire i nostri corpi intersecarsi fu un attimo, una
scintilla improvvisa.
Poi la sua carezza sul mio viso, tutte le tenere carezze che mi sono tanto
mancate in questi lunghi mesi, purificarono subito tutti i dolori, le cicatrici
pregresse, le laceranti nostalgie, facendo scomparire tutte le perdite e i lutti

subiti.  Avevamo bisogno di questo, appunto, e il nostro stare insieme durò più
a lungo delle altre volte.
Ma sen tiamo anche il bisogno di portare fuori, tra la gente  il nostro
essere-noi, la nuova essenza, e di vedere insieme la bella ariosa città.
A>ndiamo, com’è di prammatica,. A visitare la chisa della Sagrada Familia, uno
dei simboli assoluti della città, nata dalla voltà di un importante uomo
d’affari  di espiare i peccati di una città che era stata atea e
repubblicana.Questa Chiesa doveva riassumere tutta la storia dell’architettura
legata  alla storia dell’umanità,infatti le parti più basse della costruzione
(rimasta incompleta) erano simili a incrostazioni  geologiche che si rifacevano
ai tempi della preistoria, fino a culminare nei firi modernisti, di
‘trecandis’,con cui culminavano le guglie. Sempre più in alto fino
all’elevazione delle guglie, e ai tre portali che rappresentano Fede Speranza e
Carità..
Sinceramente non avevo mai amato questo eccessi modernisti, di decorativismo 
grandioso, di deliri religiosi e visionari, questo barocchismo scultoreo  e
spettacolare. In realtà non mi comunicava niente, dsu di me non riverberava il 
rinomato ‘velluto’ elaborato, l’ombra delle  sue guglie e torri inclinate e
avvole nel mistero, in un sisegno poco puro, ma dettagliato all’estremo. Tutto
era immerso nel senso del peccato e dell’espiazione..
Adesso sì, avevamo Proprio bisogno di un bel bicchiere di vino bianco freddo..
Meshed prpose- Andiamo al Kasparo., ne sento la necessità e sorrise  in maniera 

dolce e complice.
Sotto i portici più appartati del Raval, ci rilassammo, ma cominciammo anche a
chiacchierare.
Meshed-chiesi io-sei sempre in giro. Ma quando potrai stabilirti a Ramallah?
-          Ma non hai letto Laura? Abu Mazen si ritirerà in Cisgiordania, mentre

gli Israeliani spingono gli americani a mantenere l’economia di Gaza a Livelli
bassissimi, un vero e proprio embargo, che ,nelle intenzioni di Netanyau non
dovrebbe determinare una emergenza umanitaria, che determinerebbe reazioni anti
israeliane. Intanto Hamas preme per far abbattere il muro, e i coloni continuano

a costruire nei territori occupati.
-          E tutto questo con l’appoggio di Olmart e di Rabin.
-          -Non ci sono molte speranze per adesso.
-          - No, rispose lui e lail suo viso si rabbuiò-.
-          -Lo so, meshed, ma in futuro cambierà, deve cambiare. Lo abbiamo
sempre sostenuto.
-          Forse dovrai essere tu e il tuo gruppo a creare la nuova leadeship,se

gli altri vostri conterranei
-          Non sono in grado di mettersi d’accordo….
-          Improvvisamente il suo bel viso si aprì ad un sorriso di speranza e
di nuova allegria.
-          _Laura , Barcellona non è la città che ha una vera tradizione di
flamenco, ma oggi al Teatro delle Ramblas c’èCortes, che è bravissimo e
innovatore. La musica poi è un melting pot di varie tradizioni spagnole, gitane
e anche jazz. Perché non andiamo?
-          -Cortes? Mi pace molto. Sì andiamo.
-          Lo spettacolo ci catturò con la sua danza e le coreografie di
seduzione, dolore, dramma e gioia insieme. . Eravamo contenti e incantati.
-          -E domani, mi ricordò il mio compagno- andremo all’auditorium a
sentire musica catalana, una pura musica tradizionale, molto suggestiva.
-          Adesso avvertivamo solo il desiderio di restare a guardarci e ad
ascoltare le nostre registrazioni di Fontessa, o di Keith Jarrett , in
un’atmosfera che ci facesse sentire sempre più vicini e inseparabili
Non mi angosciava l’idea del ritorno: avrei sempre trovato le tue mails,in cui
mi dicevi tutto di te, concludendo sempre alla stessa maniera ‘Finchè ci sarà
vita per noi, di noi.
Maa questa volta me la posi, ineludibile, la domanda che non avevo mai formulato

in me in tutti questi lunghi anni. Non la dissi, ma era  emersa improvvisamente
in me.
“Fino a quando Meshed? Fino a quando….?2




LA SAGRADA FAMILIA


Ricominciarono si soliti giorni a Napoli, tra scuole dei bambini, Università,
antologie ,saggi.Lavoro e cura dei figli. Nient’altro. Solo una serie d’impegni
e di affetti che ti riempiono la vita domestica.
Tutto il mio doppio triplo lavoro di donna, che cmi impedisce poi di avere
riposi , di rilassarmii un momento.
A Bologna l’editore sembrava molto soddisfatto e disponibile., sorridente.
Mi era sempre piaciuto, così serio, a volte sornione, con la sua alta figura e
gli occhi chiari severi, ma allegri.
-Ha impegni in questo week end? Potremmo vederci a Ischia.
Quello che avevo desiderato tempo fa, si stava avverando, mi proponeva un
incontro a Ischia.
-Ho parecchi impegni a Napoli e…poi… non so a chi lasciare i bambini.
Era fatta, avevo rinunciato e, contemporaneamente scelto nello stesso tempo. Non

avevo ancora notizie di Meshed
e avevo già deciso.
Al ritorno, accendo il pc e trovo la sua mail:
-Venerdì alle 17 , aereoporto di Girona, volo n. 00384 A.F.
Non parlare, non muoverti,
solo un metro più sotto
  è in agguato la disperazione.

Lo so Meshed, ora è speranza di rivederci, speranza di libertà per te, ma appena

ci si perde un momento,

la disperazione fa capolino. Non la faremo entrare, non ancora almeno.
A girona, seduto sulla sua sacca bleu da viaggio , smagrito in volta,gli occhi
sempre più scuri e grandi, lui lì, il mio simile, il mio ignote-costante amore.
_Meshed, è successo qualcosa?
Il suo sorriso è piùbianco del solito,più aperto, nel volto sottile,in contrasto

on la carnagione olivastra.
Avverto una lieve amarezza.
Si alza senza abbracciarmi,solleva la mia valigia con gesto tenero attento e ci
dirigiamo verso il metro, poi in hotel.
Ritrovarci risentire i nostri corpi fu un attimo,una scintilla immediata .
Poi la sua carezza sul viso, tutte le carezze che non avevo avuto,che misono
mancate,purificarono i miei demoni, le mie insicurezze, le paure, le mie
cicatrici improvvisamente invisibili. E ancora siamo insieme,forse con lo stesso

sogno:ritrovarsi così, immaginarsi così.
_Ho letto la tua eamil, Meshed. No, nessuna disperazione, qualche tristezza
forse, nell’ assenza.
Pe uno stano paradozzo la tristezza si mesola al senso di pienezza di
bellezza,di incanto.
Sono qui come sempre, e verrò sempre,dove vorrai, perché amiamo le stesse cose,
gli stessi luoghi, pertchè siamo sempre soli coi nostri sogni,le nostre passioni

forti, le vite vissute fino in fondo  che si assomigliano.
Il muoversi in sintonia dei nostri corpi sembra durare giorni interi, non avere
fine. Mai.
E’ questo il vero sogno della vita,nella vita, un viatico per passare dagli
incubi alla magia del vero ,a quel sogno ddll’origine della vita:rispettare,
perdonare se stessi,ritrovare le pulsioni più  sincere e nude.

Ma c’è anche bisogno di uscire di portare questa nostra nuova essenza tra gli
altri, il modo di essere insieme, le solitudini unite che fanno il Noi, di
vedere insieme la città, la gente.
Tappa obbligata è la Sagrada familia,uno dei simboli assoluti di Barcellona,
nata da una volontà retrograda di espiare i peccati della città che era stata
atea e repubblicana.
Gaudì intendeva riassumere la storia dell’architettura legandola alla storia
dell’umanità.
Partendo dalla bellissima e semplice porta preistorica,intuitivamente legata
balle orgini dell’umanità, si ascende fino alle guglie, troppo cariche di
dettagli decorativi, che rappresentano le tre virtù:Fede Speranza e Carità.
Sinceramente non avevo mai amto questi eccessi, questi deliri religiosi e
simbolici,il barocchismo scultoreo e decorativo di certo modernismo spagnolo.
No, non mi comunicava niente.
su di noi no riverberavano le sue volute elaborate, i suoi motivi floreali,
l’immaginazione sfrenata dell’artista immersa nel suo senso del peccato e
dell’espiazione.

Avevamo visogno di un gradevole bicchiere di vino freddo e andammo sulla
terrazza del Kasparo,sotto i portici di unadelle piazze più tranquille del
Raval.
Poi  Meshed mi propose:
-Vogliamo vedere uno spettacolio di flamenco?
_Mi piacerebbe, anche se mi hanno detto che non fa parte della tradizone
catalana..Ma mi va…
Entrammo nell’Auditorium per vedere i tablaos flamenco, colpiti e attenti a
qulla musica e dai movimenti sensuali allusivi, e dai colori degli abiti, dalla
scansione del tempo con le movenze delle gambe e dei piedi, l’inarcarsi della
schiena, da quella danza dell’attesa ,della seduzione, e dell’incontro.
-Roba da Turisti-diceva Meshed uscendo, ma il suo sorriso compiaciuto  rivelava
il suo compiacimento

Per essere pasati dal senso del peccato alla fisicità del ballo, ai simboli del
piacere e della gioia .
In un edificio modernista, accanto all’auditorium, si poteva ascoltare musica
catalana molto suggestiva, se ne avvertivano le note passando accanto al
l’ingrsso., ma la nostra esigenza era qualla di restare  soli anche a guardarci
negli occhi,ascoltando Fontessa o un brano di Vivaldi,che ci avrebbero fatti
sentire sempre più vicini e inseparabili.

<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<non mi angosciava l’idea del ritorno, della
separazione:avrei sempre trovato le tue mails, in ciui mi raccontavi dei tuoi
progetti, dei luoghi in cui ti trovavi.

E  concludevi, invariabilmente:
Sempre insieme finchè ci sarà vita per noi, di Noi.